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San Gavino Monreale

  • Superficie: 87,54 Kmq
  • Altitudine: 35 m. s.l.m.
  • Popolazione residente: 10.000
 

San Gavino è il primo paese del Parco Culturale Giuseppe Dessì che incontra il visitatore-turista.

Ubicato al centro della pianura del Campidano, equidistante da Cagliari e da Oristano circa 50 km, si raggiunge percorrendo la S.S. 131: per chi arriva da Oristano si svolta all’incrocio di Sardara, per chi arriva da Cagliari si svolta per Sanluri e si prosegue in direzione San Gavino, per chi arriva dal Sulcis-Iglesiente la strada più agevole è la statale 293. Ma la cittadina è facilmente raggiungibile anche in treno o in autobus.

Secondo tradizione erano nella zona tre piccoli borghi: Nurazzeddu, Ruinas Mannas e Ruineddas; pare che gli abitanti di questi due ultimi villaggi, spinti dalle incursioni dei barbari, si spostarono verso Nurazzeddu dando così vita ad un centro più grosso e popolato che si concentrò attorno alla chiesa di San Gavino.

Esterno chiesa con Santa LuciaFu in un momento successivo, probabilmente in epoca medievale, che il centro prese il nome di  San Gavino, dal Santo caduto martire cui è dedicata la chiesa. In epoca successiva si aggiunse il termine Monreale dal nome del castello costruito nell’XI secolo su una collina a pochi chilometri dal paese, il mon real o monte reale, spesso residenza dei giudici d’Arborea.

Solo nel 1863 un regio decreto, a seguito di una richiesta del Consiglio Comunale, ufficializzò il toponimo con l’integrazione del termine Monreale.

In epoca giudicale San Gavino ebbe un ruolo fondamentale, situato com’era proprio lungo i confini tra i due giudicati di Cagliari e di Arborea. Nel paese esistevano oltre al carcere circondariale anche imponenti strutture difensive e, grazie alla sua posizione centrale, raggiungibile attraverso diverse vie, il paese divenne capoluogo della curatoria di Bonorzuli.

Nei secoli XIV e XV San Gavino subì gravi perdite e devastazioni a causa delle guerre tra il giudicato di Arborea e gli Aragonesi; quasi raso al suolo, il centro fu ricostruito nei pressi delle chiese di Santa Chiara e Santa Croce.

Una tavola imbandita nella cucina di Dona MaximaPercorrendo le vie del centro sono ancora visibili monumenti che ne richiamano la storia e le tradizionali tecniche architettoniche. Sono soprattutto le chiese a raccontare la storia del borgo: l’antica chiesa di San Gavino Martire; la chiesa parrocchiale e il convento di Santa Lucia; ancora le chiese di Santa Croce, da dove ogni hanno parte il rito del Venerdì Santo, Su Scravamentu e della Pasqua e la parrocchiale di Santa Chiara.

Tra gli edifici sacri merita una visita la piccola chiesa di Santa Severa, e la più recente chiesa di Santa Teresa costruita negli anni sessanta per volontà del Vescovo Monsignor Tedde che ritenne opportuno dotare il paese di una terza parrocchia, intitolata alla Santa.

Le vecchie case raccontano invece di una tradizionale tecnica costruttiva legata ai materiali poveri, come il mattone in terra cruda. Le case tipiche del borgo non erano molto diverse dalle campidanesi, ad un solo piano, con solaio e cortile interno e sono tuttora espressione della civiltà contadina e agro-pastorale del luogo. Per preservare il patrimonio edilizio e costruttivo che arricchisce le vie della cittadina, San Gavino è entrata a far parte dell’Associazione Nazionale Città della Terra Cruda, tra i cui obiettivi fondamentali sono:

  • Promuovere il riconoscimento culturale e pratico del patrimonio storico costruito dalle nostre comunità, con la specificità legata all'edificazione in terra cruda, in quanto espressione di un mondo di valori e conoscenze su cui fondare il nostro sviluppo futuro;
  • Promuovere e comunque favorire ogni forma di recupero dei materiali, delle architetture e dei paesaggi legati alla terra cruda, nonché dei contesti culturali ad essi legati, con regole che riguardano l'uso di tecniche costruttive e di materiali, la specifica connotazione dello spazio pubblico, la delimitazione dello spazio urbano ed il suo rapporto con il restante territorio, la ricerca ed il rispetto degli equilibri ecosistemici.

Portale della chiesa di Santa ChiaraIn questa stessa logica rientra la nascita del Museo Etnografico, realizzato dall’Associazione Sa moba sarda. Il Museo è alloggiato nella casa signorile di Dona Maxima, ultima erede della famiglia Orrù.

L’economia del centro è stata da sempre legata al settore agro-pastorale; la posizione pianeggiante del territorio ha facilitato alcune tipologie di coltura tra cui, oltre alle granaglie e alla vite, vanno citate il riso e lo zafferano di cui si parla fin dal lontano 1300 e che ad oggi rappresenta la coltivazione più importante e la più nota.

Nell’Ottocento, come ci tramanda il Casalis, la posizione pianeggiante causava ingenti danni e “mancando di declività, anzi essendo alquanto concavo il terreno spesso si inondava e si trasformava in un grande pantano”. L’area stagnante rendeva difficile combattere gli attacchi della malaria che affliggevano gli abitanti del borgo sia d’estate che d’inverno. Ma nel tempo le cose sono cambiate, e gli importanti lavori di bonifica e di deviazione delle acque che sono stati fatti, hanno dato al territorio nuove possibilità di sviluppo.

San Gavino, crocevia e luogo di passaggio e di transito, conferma ulteriormente la sua posizione strategica con l’inaugurazione della linea ferroviaria, che ha reso la cittadina centro degli spostamenti di uomini e merci da e per tutta la zona del Medio Campidano. E fu proprio il suo collegamento con la città capoluogo Cagliari e con il suo porto che favorì l’inserimento di San Gavino nel grande settore dell’industria mineraria che interessava le aree di Guspini e Arbus, e in particolare il centro minerario di Montevecchio.

La presenza del collegamento con la città portuale suggerì alla società di Montevecchio la realizzazione della linea ferroviaria privata, di proprietà della miniera, che collegava Montevecchio a San Gavino, riducendo notevolmente i costi del trasporto del minerale; ed è per lo stesso motivo che, negli Anni Trenta, la neonata Società Italiana del Piombo impiantò a San Gavino, nei pressi della stazione, la Fonderia che da allora ha fortemente caratterizzato la vita economica e sociale della cittadina.