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Modulo I - Primo piano sui romanzi

Paese d'ombre - 1972

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Personaggi

  • Angelo Uras, il protagonista
  • Sofia Curreli Uras, sua madre, vedova
  • Don Francesco Fulgheri, un eccentrico nobiluomo di Norbio, protettore degli Uras
  • Gerolamo Sanna, vaccaro di don Francesco
  • Antonio Ferraris, ingegnere del Regio Corpo delle Miniere
  • Valentina Manno, prima moglie di Angelo
  • Maria Cristina Uras, figlia di Angelo e Valentina
  • Margherita Fulgheri, seconda moglie di Angelo
  • Francesco Fulgheri, fratello di Margherita e marito di Maria Cristina
  • Filippo, Oreste, Amedeo Uras, figli di Angelo e Margherita
  • Marco e Emanuele Fulgheri, figli di Francesco e Maria Cristina
  • Sante Follesa, sindacalista socialista

Ambientazione
La vicenda si svolge tra gli ultimi decenni dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento a Norbio, un paese del Campidano; alcuni episodi si svolgono a Buggerru e a Cagliari.

Intreccio
PARTE PRIMA - Il piccolo Angelo Uras, orfano di padre, vive a Norbio con la madre Sofia Curreli, una brava donna che ha un debito di riconoscenza con l’anziano ed eccentrico Don Francesco Fulgheri, un avvocato libero pensatore, repubblicano e ribelle, il quale ha preso il ragazzo a benvolere e lo benefica in mille piccoli modi. La ieratica figura dello studioso incute rispetto ma non paura nel bambino, il quale passa molto tempo insieme al vecchio e lo accompagna spesso sul calesse a controllare i poderi di sua proprietà. Durante uno di questi viaggi il vaccaro Gerolamo Sanna, per vendicarsi del padrone che l’aveva tempo prima fatto condannare per omicidio, stacca il morso al cavallo: don Francesco non riesce in alcun modo a frenarne la corsa e muore travolto dallo stesso carro. Prima però rivela ad Angelo di averlo nominato suo erede universale e riesce a metterlo in salvo facendolo arrampicare ai rami di un ulivo. Madre e figlio ritengono opportuno tuttavia accettare solo una parte dell’eredità e cominciano una nuova vita nella casa del defunto.

PARTE SECONDA - Angelo è ormai un giovanotto volitivo e benvoluto, innamorato di Valentina Manno, che abita dall’altra parte di Norbio, oltre il fiume. In occasione di piogge forti ed insistenti si verifica un’alluvione, i cui danni vengono scongiurati dall’intervento dell’ingegnere del Regio Corpo delle Miniere, Antonio Ferraris, proprio con l’aiuto di Angelo che evidenza capacità di iniziativa e predisposizione al comando. Una volta contribuito a costruire un ponte e a deviare il corso del fiume, il ragazzo idea un modo semplice ed economico per trasportare la legna da Escolca alle fonderie e ciò gli vale un’offerta di lavoro. Anche se si vergogna a contribuire indirettamente alla distruzione dei boschi che tanto ama, si trova costretto ad accettare, perché tra l’inondazione e il flagello della mosca olearia, le risorse della sua famiglia erano diventate scarse. Il suo ruolo di vigilanza sul taglio degli alberi lo mette in contrasto con il disonesto capo dei tagliaboschi, il toscano Àntola, che qualche tempo dopo viene trovato misteriosamente assassinato. Angelo viene accusato del delitto, ma fortunatamente la sua innocenza viene provata e l’uomo può, come stabilito, sposare Valentina a cui lo lega un amore puro e sincero: il matrimonio viene celebrato in gran pompa la notte di Natale. La felice vita coniugale dei due giovani sposi dura solamente lo spazio di una gravidanza: pur appena diciottenne, Valentina muore dando alla luce la figlia Maria Cristina. Angelo, distrutto dal dolore devastante, è sul punto di suicidarsi, quando viene convinto dall’ingegner Ferraris a partecipare all’asta per l’appalto della foresta di Aletzi, con l’intenzione di sfruttare il meno possibile i boschi e favorirne l’immediata ricrescita. Ottenuto, con l’aiuto dell’amico, un grosso prestito, Angelo riesce ad aggiudicarsi l’incarico.

PARTE TERZA - Il protagonista mantiene un tenore di vita improntato ad un certo benessere: la foresta di Aletzi rende e i debiti sono stati saldati. A turbare la serenità della sua vita la malattia dell’amata madre la quale, affetta da un male incurabile si spegne lentamente nel corso di un anno, lasciando Angelo di nuovo solo e con una bambina di appena quattro anni da accudire; è in questa situazione che l’uomo matura in breve tempo l’idea di sposare Margherita Fulgheri, la superba nipote di don Francesco. Tra i due con c’è una vera scintilla di passione, ma il matrimonio conviene a tutti e due i quali, inoltre, nutrono stima e simpatia reciproca. Le capacità di Angelo sono evidenti e si attirano la considerazione e il rispetto della popolazione e dei prinzipales, i quali decidono di eleggerlo sindaco, illudendosi di avere una docile pedina nelle loro mani.

PARTE QUARTA – Sono passati diversi anni da quando Angelo Uras ha assunto la carica di sindaco e, sebbene spesso in contrasto con i consiglieri, tuttavia è stato capace di raggiungere l’obiettivo di rendere servizio alla cittadinanza: è riuscito a far costruire degli abbeveratoi in un punto comodo per la maggior parte della popolazione; a far realizzare un lavatoio coperto per alleggerire il duro lavoro delle lavandaie; a far acquistare dei boschi al Comune ed arricchirne il patrimonio; a far crescere nelle adiacenze del paese una pineta che si è rafforzata ed ingigantita nel tempo. Ormai la piccola Maria Cristina è diventata donna e si è fidanzata con Francesco Fulgheri, militare di carriera e fratello della sua matrigna, per quanto di carattere profondamente diverso dalla sua fredda sorella, incapace di legare con la figliastra per la quale sente una sorta di sorda gelosia; Angelo, dal canto suo, sente confusamente e con vago rimpianto quanto sarebbe stata diversa la sua vita se avesse scelto di sposare la sorella più piccola della moglie, Carmela, dal carattere allegro e informale, quanto Margherita è seria e convenzionale. Frattanto nelle miniere di Buggerru si verificano i disordini del 1904, conseguenza del malgoverno dei Savoia, già colpevoli di aver impoverito la Sardegna con la famigerata Legge delle chiudenda e con l’imposizione di esose tasse. Angelo Uras si è arricchito ed imborghesito, ma sta sempre dalla parte dei poveracci e fa di tutto per andare in loro aiuto pur senza inimicarsi i notabili.

PARTE QUINTA – I figli di Angelo e Margherita, Filippo, Oreste, Amedeo, sono ormai adulti e Francesco e Maria Cristina hanno ingrandito la famiglia con la nascita di due maschietti Marco ed Emanuele. Il piccolo Marco si dispera nel vedere il padre partire per la guerra e alla fine di ogni licenza dopo la quale Francesco deve tornare in trincea, madre e figlio cadono in violente crisi di disperazione. Ma anche il conflitto finisce e inizia il difficile periodo del dopoguerra, durante i quali i politicanti fanno i loro comizi; proprio durante uno di essi, nell’ultimo giorno di Carnevale Angelo Uras, ormai vecchio ex sindaco di Norbio, viene colto da un malore e si appresta a congedarsi dalla sua vita felice e piena eppur non priva di dolori e di ombre.

Commento
Il più famoso e celebrato romanzo di Giuseppe Dessì, premiato col premio Strega nel 1972, Paese d’ombre, si presenta come un romanzo storico, una sorta di saga familiare che vede come protagonista Angelo Uras e la sua numerosa famiglia: sua madre Sofia Correli, le sue due mogli, la figlia maggiore e gli altri figli, infine il nipote prediletto Marco, dietro al quale si cela lo stesso autore. Il romanzo in effetti, pregno di riferimenti autobiografici è una sorta di omaggio alla genealogia familiare, un tributo all’autentica figura del nonno dell’autore, Giuseppe Pinna Curreli, sindaco di Villacidro, tradizionalista non ottuso e modernizzatore oculato del piccolo centro campidanese, ai piedi del monte Linas.

Il romanzo si apre tuttavia con la descrizione di atteggiamenti, valori e stravaganze di un altro personaggio, destinato a scomparire ben presto: Don Francesco Fulgheri, uomo probo e giusto, ritenuto dal popolino un eccentrico e un libero pensatore, il quale suscita con il suo comportamento le più diverse reazioni: stima, affetto, ammirazione, paura, esecrazione. E odio. Nella sua carriera di avvocato di grido, senza ombre e compromessi, infatti, aveva mandato in galera, tra gli altri, Gerolamo Sanna, bramoso di vendetta perché era stato condannato per omicidio e imprigionato; all’uscita dal carcere lo stesso nobiluomo lo assume come suo dipendente, illudendosi di poter controllare i suoi istinti vendicativi. Invece, basta un momento di disattenzione e una delle tante passeggiate in calesse di Don Francesco in compagnia del suo protetto, il piccolo Angelo Uras, si trasforma in una trappola: Gerolamo, non visto, coglie l’occasione di provocare la morte del suo accusatore, allentando il morso del cavallo Zurito, il quale, notoriamente vivace, trascina il calesse del padrone verso la rovina.

L’episodio viene descritto dall’autore con momenti di intensa drammaticità: durante la corsa folle del cavallo ormai incontrollabile, Don Francesco, realizzato il pericolo nel quale si trova, combatte per la sua sopravvivenza razionalmente e con tutte le sue forze, senza panico e fino alla fine, in piena coerenza con i principi secondo i quali era vissuto. Negli ultimi disperati istanti di vita il nobiluomo ancora una volta si mostra generoso e pensa soprattutto a salvare il suo piccolo protetto, Angelo Uras, il quale a sua insaputa è stato nominato da don Francesco erede universale delle sue vaste proprietà, proprio per il suo comportamento disinteressato. Con la scomparsa del vecchio avvocato inizia quindi la fortunata ascesa sociale di Angelo, nominato suo erede; il ragazzo tuttavia, circondato da un clima di secolare omertà, viene indotto a non denunciare l’assassino del suo benefattore per non essere coinvolto in una faida di violenza e di morte. Rispettando una sorta di circolarità degli eventi, la parte finale del romanzo si chiude in modo simmetrico rispetto all’inizio: anche in questo caso un ragazzino, Marco Fulgheri, nipote dell’ormai vecchio ex sindaco Angelo Uras, assiste ad un accoltellamento e ne riconosce il responsabile, ma gli viene consigliato di non farsi coinvolgere. Nonostante l’evoluzione dei tempi e le tante migliorie apportate da suo nonno al paese di Norbio, la vecchia legge della paura impone al fanciullo regole di comportamento illegali e ingiuste.

Angelo Uras ha infatti avuto una lunga vita in cui gioie e dolori si sono equamente alternati: da una parte l’inaspettata eredità da parte di don Francesco Fulgheri, che ha impresso una svolta, insospettabile per un contadinello, alla sua vita e alla sua carriera; dall’altra la precoce perdita dell’adorata Valentina, sposa solo per il tempo di partorire la piccola Maria Cristina, e dell’amata madre, vigile custode dei suoi principi e attenta amministratrice dei suoi averi. Ormai vecchio, è circondato dai parenti, la seconda moglie, l’altera Margherita e i figli che ha avuto da lei; la primogenita e il nipotino Marco che ne raccoglie l’eredità spirituale. L’anziano sindaco sente che il suo tempo è arrivato e si guarda indietro senza rimpianto e senza paura, conscio di aver agito sempre con rigore e senso di giustizia, per il bene e per il futuro della comunità tutta: perciò, degno erede di Don Francesco, può affrontare la morte con la dignità e la misura con cui ha sempre vissuto.

Durante la sua vita politica come sindaco di Norbio, Angelo Uras non è mai venuto meno ai suoi principi; tra questi, uno dei più saldi è una sorta di ambientalismo ante litteram: la devozione quasi religiosa dell’uomo nei confronti dei boschi del villacidrese viene fortemente sottolineata in diversi episodi, fra cui spicca il momento in cui viene descritta la foresta di Aletzi, che appare innocente e disarmata, bisognosa di difesa e di attenzione perché non cada anch’essa vittima di mani rapaci, avide e sacrileghe, come già troppi altri boschi in precedenza. La salvezza di Aletzi diventa per il giovane vedovo una sfida, un motivo per sopravvivere alla morte della sfortunata Valentina, la sposa bambina. Da allora, Angelo lotterà con tutte le sue forze, fino a rischiare il suo patrimonio personale, per il benessere della comunità e per lasciare ai propri discendenti una terra ancora rigogliosa ed intatta.

Nella narrazione trova spazio anche qualche incursione nella città di Cagliari, luogo degli affari e della burocrazia. Il capoluogo della Sardegna viene più volte descritto da Giuseppe Dessì che lo rende spesso, anche se perlopiù temporaneamente, teatro delle vicende dei suoi protagonisti. Le vivide rappresentazioni della città brulicante di vita e di confusione, di cui sono simbolo i piccioccus de crobi, i ragazzini disposti a mille lavoretti pur di garantirsi la sopravvivenza, sono nettamente in contrasto con l’apparente sonnolenza della campagna immota e immutabile. Da alcune pagine, talvolta, traspare chiaramente l’imbarazzo dei personaggi che si sentono fuori posto, paesani inadeguati ed inesperti; sovente emerge, peraltro, la visione del porto e della darsena, significativi della possibilità di un desiderato quanto paventato allontanamento dall’isola, simboli di un viaggio verso l’altro da sé, verso un ignoto per il quale si nutre tuttavia un’atavica diffidenza contadina.

Svolgendosi in un arco di tempo tanto ampio, il romanzo offre l’occasione di dipingere un affresco della Sardegna a cavallo fra il XIX e il XX secolo e di accennare ad alcuni degli eventi che, a giudizio dell’autore hanno segnato il destino dell’isola. Ad esempio, Dessì, per bocca dei suoi personaggi, afferma senza mezzi termini che “La legge delle chiudende aveva creato forzosamente la proprietà privata, distruggendo l’equilibrio della vita comunitaria e dando luogo all’insanabile dissidio tra contadini, divenuti improvvisamente proprietari e i pastori costretti al nomadismo, sempre in cerca di un pascolo per il branco affamato, quel branco che era la loro unica risorsa e che erano pronti a difendere a qualunque costo”; come molte altre personalità isolane sembra quindi collegare questa disastrosa legge all’insorgere della piaga del banditismo.

L’autore, inoltre, accoglie la tesi della piemontesizzazione, cioè dell’imposizione obbligata del modello sabaudo sull’intero territorio italiano all’indomani dell’Unità, che si rivela cinicamente, a onta della magniloquenza patriottica e della demagogia istituzionale, un mero allargamento dei territori di Vittorio Emanuele II: “si trattava della unificazione della burocrazia dei diversi stati italiani, soltanto della unificazione burocratica; perché l’unità vera, quella per la quale tanti uomini si erano sacrificati, si sarebbe potuta ottenere soltanto con una federazione degli stati italiani”. Il Re è colui che sequestra i figli degli altri come un giogo di buoi e li manda a morire oltremare, senza che povere mani addolorate possano neanche ricomporre i loro corpi per la pace eterna. Il Re è colui che, per ripagarsi le proprie guerre di conquista, triplica di colpo il carico fiscale, affamando i sudditi e abbandonandoli alla mercé degli usurai e degli esattori e che impone anche ai meno abbienti il cosiddetto focatico, una tassa medioevale, quasi una gabella perché si sta al mondo. Lo Stato è quello “della tassa sul macinato e di Dogali, che possedeva soltanto di nome indipendenza, unità e libertà”, governato da una classe politica incompetente e corrotta che porterà l’Italia verso il tracollo della guerra e della dittatura.

Uno dei momenti di maggiore intensità narrativa del romanzo è poi il drammatico racconto dei moti di Buggerru del 1904, attraverso la vicenda di un personaggio di fantasia, Sante Follesa, il quale rende con grande verosimiglianza i tragici fatti che sconvolsero il Sulcis nel primo scorcio del XX secolo. Si eleva forte, inoltre, da parte dei sardi che si sentono colonizzati essi stessi, il sentimento di solidarietà nei confronti delle popolazioni sotto il giogo dalle grandi potenze europee in preda alla seconda fase della colonizzazione, che ha operato degli scempi inverecondi. Altrettanto sensibile il sentimento di diffidenza nei confronti della partecipazione alla Grande Guerra, con le truppe mandate allo sbando senza un vero addestramento ed un’autentica motivazione; tema, questo, più ampiamente affrontato già ne Il disertore. Si spiega in questa chiave il tormento del piccolo Marco Fulgheri (dietro il quale si cela lo stesso Dessì), il nipote di Angelo Uras, ormai anziano: il padre del bambino, militare di carriera, non si è potuto esimere dalla trincea, evitata invece dagli zii ed il ragazzino prova odio nei confronti di tutti coloro che stanno al sicuro, al riparo con le loro famiglie e non rischiano di sacrificare la propria vita come suo padre, che combatte anche per loro, perché mantengano il loro benessere. Il tema verrà ripreso nel romanzo incompiuto La scelta, una dimostrazione esemplificativa di quell’eterno gioco di autoreferenzialità che costituisce uno stilema dell’opera di Dessì.