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Modulo I - Primo piano sui romanzi

San Silvano - 1939

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Personaggi

  • Pino ‘Pinocchio’ Alicandia, voce narrante
  • Giulio, suo fratello
  • Elisa, sua sorella
  • Vincenzo, marito di Elisa
  • Maria, sorella di Vincenzo

Ambientazione
La valle di NartiLa vicenda si svolge presumibilmente nei primi decenni del Novecento. Gran parte della toponomastica, San Silvano, Pontario, Monte Or, Acquapiana è frutto della fantasia dello scrittore; alcuni nomi reali, peraltro, come la valle di Narti, il massiccio di Arcuentu, la Giara, riconducono ad una sicura ambientazione sarda, più precisamente alla identificazione certa di San Silvano come Villacidro e di Acquapiana come San Gavino.
Alcuni particolari quali Terrapieno e Golfo degli Angeli, inoltre, rendono perfettamente riconoscibili i riferimenti alla città di Cagliari.

Intreccio
Giuseppe – Pino - torna dopo due anni alla casa paterna di San Silvano, nei pressi della quale si trova il paese di Pontario, dove vive la sorella Elisa che, nonostante la disapprovazione di Pino e dell’altro fratello Giulio, ha sposato Vincenzo, un ricco possidente della zona. I due fratelli Alicandia, intellettuali e scrittori, non riescono ad accettare il fatto che l’amata sorella, che ritengono dotata di fine intelligenza e rara sensibilità, abbia scelto di abbandonarli per ritirarsi a vivere una quieta vita muliebre in campagna. Essi non hanno tuttavia perso le speranze di convincerla a lasciare il marito per trasferirsi con loro a Firenze, nel tentativo di recuperare l’intimità familiare. Dopo la morte di entrambi i genitori, infatti, i tre fratelli hanno condiviso un’infanzia piena di complicità e un’adolescenza densa di letture scelte.

Elisa, di qualche anno più grande dei maschi, è la depositaria dei ricordi di una madre persa troppo presto e i fratelli avevano segretamente sperato che la giovane si legasse al loro amico e sodale Giacomo Scarbo, che intuivano avesse con lei maggiori affinità elettive di un altro loro conoscente, da tempo innamorato di lei, Corrado Ben. Giacomo, però, a causa degli studi filosofici intrapresi con troppa frenesia, era lentamente scivolato in una forma di innocua follia: i due giovanotti non reputano nessun altro uomo adatto a lei, e men che meno Vincenzo, un uomo senza letture, senza cultura e senza fantasie.

Il soggiorno a San Silvano fa insorgere in Pino numerosi ricordi dell’infanzia, popolata da personaggi lontani e indimenticati, come l’autorevole nonno Uras, sindaco del paese e grande modernizzatore, altri parenti, come zii e cugini con cui i rapporti si sono lentamente guastati. La memoria corre al matrimonio contrastato dei genitori, alla figura del padre sempre malvista dalla famiglia della madre, principalmente per motivi economici.

Pino si ostina a cercare nella sorella segni di insofferenza e dolore nei confronti della vita coniugale, ma gradatamente intuisce che Elisa nel matrimonio ha trovato la sua dimensione, al punto che ella qualche anno primo aveva addirittura ‘inventato’ una gravidanza, nella speranza che i fratelli desistessero dalle loro istanze. Ma ora sembra che la donna sia veramente incinta e il protagonista a malincuore deve ammettere che ella mostra di avere intrecciato un autentico legame con il marito a cui la unisce un sentimento sincero ed un’implicita complicità. Persino Vincenzo appare più sicuro di sé e della moglie, meno impaurito di vedersela sottrarre dalla famiglia di origine. Da questa nuova consapevolezza sembra possa scaturire un miglioramento anche nel rapporto di Pino con Lia, oscurato da sempre dalla presenza di Elisa che, pur lontana, aleggiava tra di loro. Infatti l’uomo lascia San Silvano e va a vivere in continente dove rimane a lungo incerto fra la carriera di giornalista, apprezzata da Lia ma disprezzata da Giulio, e quella di critico di Tommaseo e Manzoni, attività cui lo sospinge il fratello, convinto che Pino sprechi le sue capacità negli elzeviri di un quotidiano.

Dopo aver ricevute rarefatte e rassicuranti notizie da parte di Elisa, Pino e Giulio vengono raggiunti da un telegramma che richiede la loro presenza. Inizialmente felice per la nascita del nipote, cui la missiva tuttavia non allude, Pino nel corso del viaggio, effettuato sul piroscafo all’imbarco del quale casualmente si incontra con il fratello, arriva alla dolorosa conclusione, condivisa da Giulio, che in realtà Elisa sta morendo. I due trovano in effetti la donna esausta dalla sua tardiva gravidanza, più penosa di quanto non confessato, già incosciente ed immota, incapace persino di riconoscerli. Elisa, spirando dopo una lenta agonia, li lascia con un amaro senso di colpa, come se la loro ostilità alle sue scelte di vita l’avesse portata inesorabilmente alla morte, ma anche con un’eredità carnale, il seme che l’avrebbe fatta rivivere: suo figlio.

Commento
In San Silvano, suo primo romanzo compiuto, Giuseppe Dessì sceglie la modalità narrativa del racconto in prima persona, che si presenta come una lunga analessi nella quale il protagonista, Pino Alicandia, riflette sul rapporto che, nel corso del tempo, si è instaurato tra lui e il fratello Giulio e Elisa, la sorella maggiore. Avendo perso la madre da piccoli, i due fratelli idealizzano la figura femminile della giovane, trasfigurandola probabilmente anche in un’edipica figura materna sostitutiva, di cui respingono il matrimonio come un tradimento alla famiglia di origine. Non è un caso che i due uomini siano pronti ad interpretare qualunque mezza parola della donna come un segnale di aiuto per uscire dalla gabbia matrimoniale in cui, a loro giudizio, si trova avviluppata; pare che i due fratelli agognino ad una egoistica pace familiare all’interno di un pascoliano e morboso nido in cui riposano sentimenti ancestrali che devono rimanere immutati se non si vuole perdere la loro sacralità.

Contesa fra i fratelli e il marito, da due diverse, ma altrettanto profonde specie di amore, è come se Elisa non riesca mai a vivere per se stessa: è stata innanzitutto una sorella intellettualmente curiosa e dotata; successivamente una moglie devota di un uomo, a giudizio dei due stizziti fratelli, decisamente inferiore a lei, che aveva abbandonato per il matrimonio ogni velleità culturale; e se infine fosse sopravvissuta sarebbe stata senz’altro una madre affettuosa e attenta: e per sé, pirandellianamente, nessuna. Di fronte alla scomparsa di Elisa i tre uomini si ritrovano improvvisamente soli, con il rimpianto e una punta di rimorso per avere cercato sempre di scegliere per lei.

Nel corso della narrazione fa la sua comparsa Giacomo Scarbo, già immerso in quella solitudine tremenda che doveva condurlo alla pazzia, l’alter ego dello scrittore che assurgerà solo una volta a ruolo da protagonista, pur rimanendo costantemente presente, anche se ai margini, nelle successive narrazioni. La personalità dell’a utore si scinde quindi tra il carattere di Pino e quello di Giacomo, i quali presentano ambedue caratteristiche autobiografiche. Giulio, invece, il fratello intellettuale, razionale, non è altri che Claudio Varese, il maître-camarade, l’amico fraterno e sodale dello scrittore. Con Elisa inizia, inoltre, la serie delle fanciulle morte giovani, spesso di parto, probabilmente proiezione della precoce morte della madre dello stesso Dessì.

Il romanzo, attraverso la voce dell’io narrante, descrive un doloroso percorso di conoscenza di sé e suggerisce una sorta di educazione intellettuale oltre che sentimentale. La modalità narrativa ha indotto spesso la critica a confrontare Dessì con altri autori coevi, al punto che Gianfranco Contini ha coniata per lui la definizione di “Proust sardo”, pur non unanimemente condivisa: sia Varese che Dolfi, tra i massimi interpreti della poetica dessiana, trovano infatti riduttiva tale denominazione e individuano nell’autore caratteristiche singolari che ne determinano la sua specificità nel panorama letterario del XX secolo.