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Modulo II - Antologia di pagine scelte

I delitti

Da Il disertore, L’omicidio del capitano P.
La confessione di Saverio a prete Coi è il momento di spannung del romanzo, nel quale si comprende il vero motivo della diserzione del soldato: Saverio ha commesso un delitto, reso ancora più grave in quanto perpetrato per futili motivi e nei confronti di un capitano che, ammette lo stesso omicida, era sempre stato corretto con lui. Il brano evidenzia l’esasperazione, la stanchezza, la perdita di senso di tanti giovani spediti al fronte scarsamente motivati, divenuti spesso vittime di comandanti inetti e altezzosi, sottomessi sovente a ordini astrusi impartiti senza spiegazioni, mandati a rischiare la vita in azioni sterilmente inefficaci. La guerra, la sua inutilità, il suo orrore, può trasformare il “migliore” dei figli di Mariangela Eca, un ragazzo” buono, docile, mite, allegro”, in un uomo vendicativo e violento, un assassino assalito dal rimorso, eppure disposto anche a ripetere il suo gesto istintivo e disperato pur di non scontare la pena per la colpa che è ben consapevole di avere commesso, per non essere nuovamente obbligato ad eseguire comandi altrui.

Dai Capitoli XIX e XX
[Prete Coi] gli chiese perché era fuggito.
Questo racconto fu chiaro, preciso.
– Lei si ricorda del mio comandante di compagnia? – disse Saverio.
Don Pietro aveva avuto col capitano P. uno scambio di
lettere, a proposito della domanda di esonero che era stata
fatta tempo addietro. Si ricordava bene di quelle lettere e della
promessa fatta dal capitano di appoggiare la pratica.
Non era certo colpa del capitano se non gli avevano dato
l’esonero, disse Saverio. Il capitano non c’entrava, lo aveva
sempre aiutato. Ma l’esonero non arrivava, e lui, Saverio, con
qualcuno si doveva sfogare.
– Non ci volevo più stare, prete Coi. Ero stanco.
Ora Saverio parlava con calma, stringendosi le mani tra le
ginocchia, e solo di tanto in tanto era scosso da un brivido.
Disse che non era più voluto andare a “fare prigionieri”
per mezzo pacco di sigari o per un quarto di grappa. E nemmeno
a mettere i tubi di gelatina. Prima ci andava sempre lui,
con quel suo compagno. Ora no, e il capitano lo sapeva. Ma
la sera prima dell’assalto, c’era andato proprio per dimostrare
che se voleva lo poteva fare come prima, per far dispetto al
sergente, e a tutti gli altri, e anche perché aveva la febbre. Si
sentiva come ubriaco, e invece non aveva nemmeno voluto
bere la grappa che gli avevano dato.
– Non lo dico per scusarmi, prete Coi.
Si fermò un poco, si tirò su, puntando a terra il pugno.
Scosse la testa lentamente, con gli occhi chiusi. Poi ricominciò
a parlare.

In seguito, ripensandoci, a don Pietro pareva di ricordare il
fatto come se lo avesse vissuto egli stesso.
Con un colpo di fischietto il capitano li aveva fatti uscire dalla
trincea tutti assieme. Portava un frustino, un nervo di bue rivestito
di pelle, non la pistola, come tanti altri. Se qualcuno durante
l’assalto si fermava, gli dava un colpo di frustino sullo zaino.
Effetto psicologico, diceva poi il capitano, ridendo. I soldati
gli volevano bene.
Se uno restava a terra e non era ferito, lui lo prendeva per le
cinghie dello zaino, lo sollevava di peso e lo scaraventava avanti.
Era alto, forte, sapeva comandare.
Quel giorno era difficile andare avanti, le raffiche delle mitragliatrici
spingevano indietro i soldati come il vento le foglie secche.
Pure, a fatica, avanzavano, aspettando di prendere fiato
per l’ultimo tratto e saltare tutti assieme nella trincea nemica.
Procedevano a sbalzi, acquattandosi e saltando su a un
cenno del capitano.
A un certo punto, durante un balzo, Saverio aveva visto la
fiamma della mitragliatrice e si era buttato pancia a terra: era
certo di riuscire a infilare la feritoia e a farla tacere. Con il gomito
a terra, il calcio bagnato del fucile contro la guancia, stava
prendendo la mira, il fiato sospeso, quando il frustino del comandante,
tagliando l’aria come un proiettile, lo aveva colpito
dietro l’orecchio.
Era la solita innocua scudisciata psicologica, caduta per
errore fuori posto. Una pallottola non fa male, a caldo, ma
una scudisciata è fuoco.
– L’ho lasciato andare avanti di quattro passi e ho sparato.
Gli ho sparato alla nuca, prete Coi. L’ho visto. Ha aperto le
braccia, si è voltato, ed è caduto.
Stettero a lungo zitti, Saverio coricato sul giaciglio di frasche,
don Pietro chino su di lui, un ginocchio a terra. Il racconto
era finito.

Da Paese d’ombre: La vendetta di Gerolamo Sanna.
Gerolamo Sanna, a causa dell’intervento di Don Francesco Fulgheri, è stato condannato per omicidio e imprigionato; all’uscita dal carcere lo stesso nobiluomo lo assume come suo dipendente, illudendosi di poter controllare i suoi istinti vendicativi. Invece, basta un momento di disattenzione e una delle tante passeggiate in calesse di Don Francesco Fulgheri, in compagnia del suo protetto, il piccolo Angelo Uras, si trasforma in una trappola: Gerolamo, non visto, allenta il morso del cavallo, il quale notoriamente vivace, trascina il padrone verso una corsa inarrestabile da cui riesce a salvarsi fortunosamente solo il ragazzino. Con la scomparsa del vecchio avvocato inizia la fortunata ascesa sociale di Angelo, nominato suo erede; il ragazzo tuttavia, circondato da un clima di secolare omertà, viene indotto a non denunciare l’assassino del suo benefattore per non essere coinvolto in una faida di violenza e di morte.

Dalla Parte prima
– Salute! – disse Gerolamo rizzandosi sulle sue lunghe gambe.
– Facciamo un pezzo di strada assieme? – chiese Don Francesco
senza guardarlo in faccia.
– No, – disse l’uomo, – aspetto un compagno –. Si avvicinò
al cavallo e cominciò a sfibbiargli il morso per farlo bere. Il cavallo
succhiò con voluttà l’acqua scura e limpida. L’uomo gli
accarezzava il collo sotto la criniera.
– Ma è sudato! – disse guardando Don Francesco con gli
occhi socchiusi.
– Ha trottato, per arrivare fin qua –. Il vaccaro si piccava di
sapere come si trattano i cavalli; ma Don Francesco non ammetteva
intromissioni o consigli. Tirò le redini quasi strappando
dalle mani dell’uomo il morso che questi stava affibbiando,
ma sentì qualcosa di cedevole, qualcosa che non andava e fece
schioccare la lunga frusta sulle orecchie del cavallo, il quale
con uno scarto a sinistra balzò in avanti infilando la strada di
Balanotti. Angelo fece appena a tempo ad aggrapparsi al bracciuolo
e inghiottì la saliva. Gerolamo Sanna non fece nulla per
trattenerlo, gettò via lo stecco appuntito che teneva ancora in
mano. Fulmineo, un pensiero cattivo gli aveva attraversato la
mente, e disse muovendo a taglio la mano in direzione di Balanotti:
– Buon viaggio –. I ferri del cavallo e i cerchioni delle
ruote sprizzavano scintille sul granito. Il mozzo di una ruota
urtò un paracarro, il calesse sbandò paurosamente, ma non si
rovesciò. In qualche punto della strada impervia si sarebbe
pure rovesciato. Questo Gerolamo lo sapeva con certezza:
questo era il pensiero che gli aveva attraversato la mente. L’avvocato
Fulgheri, l’uomo che lo aveva mandato in galera avrebbe
avuto quel che si meritava. Gli dispiaceva solo per il bambino.
Non c’entrava niente lui. Ma era figlio di Giuseppe Uras
e di Sofia Curreli che, al processo, avevano deposto contro di
lui. Al diavolo anche il bambino! Zurito aveva preso un galoppo
serrato giù per la strada in discesa, incassata per quasi tre
metri nella collina argillosa. Era una strada scavata dal passaggio
di migliaia di carri, per migliaia di anni; sul fondo c’erano
due palmi di polvere rossiccia che smorzava il galoppo, ma
ogni tanto le ruote del calesse urtavano e slittavano contro una
roccia affiorante e il leggero veicolo si sarebbe rovesciato se la
strada non fosse stata così incassata nella terra argillosa impastata
di sassi. Il parafango destro, quello dalla parte di Don
Francesco s’era già sfasciato e spenzolava sul cerchione della
ruota con rumore di ferraglia, spaventando sempre di più il
cavallo già scuro di sudore. Don Francesco tirava inutilmente
le briglie; il morso poggiava contro il petto della bestia senza
nessun effetto. Zurito era sempre stato duro di bocca, ma non
gli era mai sembrato così insensibile. Lo strapponava senza
misericordia, e il cavallo continuava a galoppare con il collo
dritto e la testa sulla stessa linea del collo.
– Quell’animale gli ha levato il morso – disse l’avvocato tra i denti.
Quando Angelo aveva fatto l’atto di scendere per controllare,
Gerolamo lo aveva fulminato con una occhiata, e l’avvocato
gli aveva premuto la mano adunca sulla spalla impedendogli di
alzarsi dal sedile. Ora il bambino, tenendosi ben stretto, alzò
gli occhi al viso del vecchio, che gli sorrise. La colpa non era
stata certo del bambino, al quale il vecchio, un momento prima,
attribuiva una parte almeno della responsabilità di quanto
era accaduto.
– Non avrei dovuto permettere a quel delinquente di avvicinarsi,
avrei dovuto scendere io!
[…] Don Masala disse:
– Come mai il cavallo gli prese la mano?
– Siamo in confessione? – chiese serio Angelo – e tutto
quello che dico rimane segreto?
Il prete, invece d’infuriarsi, come il ragazzo s’era aspettato,
si fece pallido in volto e disse calmo:
– Tutto ciò che tu hai detto e dirai qui è sotto il vincolo del segreto.
– Gerolamo Sanna ha levato al cavallo il morso e non gliel’ha rimesso.
Il prete alzò la mano:
– Basta così, non devi accusare nessuno.
– Ma sono in confessione.
– Appunto.
– Per questo Don Francesco non è più riuscito a fermare il cavallo.
– Ho capito – disse pensierosamente il canonico. – Recita
l’atto di contrizione e prometti di non fare chiacchiere in giro.

Da Paese d’ombre: L’ultimo giorno di carnevale.
La parte finale del romanzo si chiude in modo simmetrico rispetto all’inizio: anche in questo caso un ragazzino, Marco Fulgheri, nipote del vecchio sindaco Angelo Uras, assiste ad un accoltellamento e ne riconosce il responsabile, ma gli viene consigliato di non farsi coinvolgere. Nonostante l’evoluzione dei tempi e le tante migliorie apportate da suo nonno al paese di Norbio, la vecchia legge della paura impone al fanciullo regole di comportamento illegali e ingiuste.

Dalla Parte quinta
Era proprio l’ultimo giorno di carnevale, il più pazzo, il più sfrenato, che finiva sempre
con risse mortali. Già tanti anni prima [Angelo Uras] aveva proibito l’uso delle
maschere e la vendita dell’acquavite nelle bettole. Si era fatto
odiare come un guastafeste, un traditore del popolo, capace
di allearsi, al momento buono, con i carabinieri e con i preti.
Inutilmente aveva lottato: l’ultimo giorno di carnevale, il morto ci scappava sempre.
[…] Vide [Luciano] il “cacciatore” arrestarsi di botto come se avesse urtato un
muro, rimbalzare all’indietro con le braccia aperte e urtare la
marea di gente sulla quale galleggiò come un burattino di legno.
[…] A un tratto vide uscire un fiotto di sangue dalla bocca
del “cacciatore”, lo vide barcollare e accasciarsi. […]
– Gli sta venendo un colpo – pensò tra sé vedendo
il rossore salire fino a imporporare la fronte dell’uomo – salire
come sale la colonna di mercurio. […]
L’uomo dai baffi biondi, quando Luciano si
era fermato di botto davanti al nonno, gli aveva piantato nella
schiena il suo lungo coltello; e ora il “cacciatore” giaceva sanguinante
in mezzo alla strada, dove lo avevano lasciato a morire.
[…] Marco andò in cucina a cercare Aurelia, la
prese per mano e la trascinò in cortile, poi in istrada. In mezzo
alla strada era rimasta solo una pozza di sangue. Davanti alla
porta della barberia si era raccolto un gruppo di persone. Nell’interno
il “cacciatore” era adagiato su di una poltrona, un poco
di sbieco per via del coltello che aveva ancora piantato in
mezzo alla schiena. Aurelia lo vide riflesso nel grande specchio
e gettò un grido ma il barbiere Antonio Zaccheddu non le
permise di avvicinarsi. Poco dopo, tutti fecero largo al medico
che entrò, piccolo, rubizzo, con la sua aria sicura. Con un
asciugamano bagnato pulì la faccia del ferito, scostò il corpo:
– Accidenti! – disse. – Qui bisogna operare; portatemelo subito
in ambulatorio –. Arrivarono anche il maresciallo e due carabinieri.
– Chi è stato? – disse il maresciallo guardandosi intorno.
– Sapete chi è stato? –. Marco stava per parlare, voleva
dire che il coltello apparteneva al porcaro e che lui aveva visto
quando Luciano era stato colpito; ma Aurelia gli tappò la bocca
con la sua piccola mano dura e fredda, e chinandosi rapidamente
gli disse all’orecchio: – Zitto tu, ora! –. Il bambino si
chiedeva perché. Perché non poteva dire quello che sapeva?
Perché Aurelia, l’innamorata di Luciano, glielo impediva? Il
nonno aveva detto che li avrebbe fatti arrestare tutti solo perché
si erano messi la maschera. A maggior ragione bisognava
arrestare il porcaro che aveva piantato il coltello nella schiena
di Luciano. – Crede che se la caverà? – chiese il maresciallo al
medico accennando con la testa al ferito, mentre il barbiere
spargeva per terra della segatura. – Ha perduto molto sangue,
– disse il medico – ma se la cava, se la cava: questa gente ha la
pelle dura –. Poi prese per un braccio Marco con tanta forza
che quasi lo sollevò da terra: – Ma tu sei sempre tra i piedi! –
disse dandogli una affettuosa sculacciata e spingendolo fuori.
Marco si attaccò di nuovo alla mano di Aurelia e tutti e due,
continuando a guardare il ferito, si avviarono.

Da Michele Boschino: L’assalto alla casa di Antonio Màsala.
Michele Boschino, un giovanotto perbene, viene inconsapevolmente coinvolto in una bardana, l’assalto alla casa di un notabile a scopo di furto. La vittima predestinata, però, inopinatamente avvisata del colpo, precede i criminali accogliendoli con alcuni colpi di arma da fuoco: un bandito viene ferito e poi finito dai suoi stessi compagni per impedirgli la delazione. Per lo stesso motivo viene trovato assassinato un altro dei componenti la banda. L’autore sembra voler sottolineare che l’unico collante tra i banditi sia l’interesse economico e che tali delinquenti non siano spinti da alcuna nobile motivazione, né legati da sentimenti di amicizia e fiducia. A differenza di Grazia Deledda e di altri autori, quindi, Dessì non restituisce il consueto modello del bandito sardo come eroe sfortunato e leale, vittima di annose prevaricazioni, ma lo descrive come un criminale comune, feroce ed impietoso.

Dal Capitolo IV
Nell’ottobre di quello stesso anno Antonio Màsala,
amministratore e poi appaltatore della foresta di Cantòria,
fu assalito nella sua casa, che si trovava appunto nella foresta
stessa, da una banda di uomini armati. Costui, che
era stato avvertito, non si sa come né da chi, accolse gli
assalitori a colpi di fucile, ne abbatté uno e mise in fuga
gli altri, i quali, prima di allontanarsi finirono a coltellate
il caduto. Le indagini fatte dalla gendarmeria di Sigalesa e
di Fòrri non diedero nessun risultato. Furono interrogate
e trattenute in arresto decine di persone: tutto inutile. Ma
era cosa certa che si trattava di gente di Sigalesa, anche
perché, pochi giorni dopo la tentata grassazione, fu assassinato
Giovanni Boschino, figlio di Benedetto, sul quale
pare vi fosse qualche sospetto. Era opinione comune, a
Sigalesa, che anche Giovanni avesse preso parte alla grassazione,
e che i compagni, sapendolo sospettato, lo avessero
tolto di mezzo per maggior sicurezza, come avevano
fatto con quello ferito da Antonio Màsala. Altri interrogatori
e arresti seguirono, ma sempre inutilmente.
Eppure, a Sigalesa, c’era chi sapeva, chi era informato
minutamente e conosceva le persone. Tra questi erano
Michele e un suo vicino di casa, Cosimo Aneris, proprietario
di terre, nipote di Antonio Màsala.
Avendo saputo che Cosimo doveva recarsi ad Arci,
nelle montagne del Gocèano, per comprare un torello,
Michele, che come suo padre aveva l’idea fissa dei buoi
non venduti alla fiera, gli chiese d’accompagnarlo.
[…] li avrebbe accompagnati anche Pietro Lubina,
un cacciatore di professione che andava
in un paese vicino ad Arci a prendere un cane da
ferma per conto del medico condotto di Fòrri.
Si misero in viaggio una sera, con la luna nuova di ottobre
[…] Sul ponte del Faraone, poco dopo la vigna, trovarono,
invece di Pietro Lubina, Angelo Malìga e Domenico
Vacca, a cavallo anch’essi e col fucile a tracolla. Dissero che
Pietro Lubina doveva far con loro una partita di caccia
al cinghiale nella foresta, e invitarono anche Cosimo e Michele.
Insistevano tanto che Cosimo si lasciò convincere, e
indusse anche Michele ad accettare. […]
Nel punto di convegno, una radura all’imbocco della
valle di Giana, trovarono un gruppo di persone armate,
tra le quali non c’era nessuno di quelli che Vacca e Malìga
avevano nominato, e neppure Pietro. C’erano invece Pedonca,
il padrone della capanna, Giovanni Boschino, Bore
Lisca e due forestieri che Michele e Cosimo non avevano
mai visto. Vacca disse che erano i battitori: gli altri aspettavano
nei pressi della sorgente. Cosimo non ebbe tempo di
fare molte domande. Non aveva neanche messo il piede a
terra, che Bore Lisca e Pedonca gli saltarono addosso e lo
disarmarono; gli altri tirarono giù dal cavallo Michele. In
un attimo il giovane si trovò bocconi con la faccia tra l’erba.
Fu legato e imbavagliato. Era inutile opporre resistenza,
e lasciò fare. Cosimo invece lottava con tutte le sue
forze gridando e sbuffando; ma presto fu ridotto all’impotenza
anche lui. E non si sentì altro che il suo respiro affannoso
soffocato dal bavaglio. Michele fu lasciato vicino
ai cavalli sotto la guardia di Pedonca: e gli altri si avviarono
per un sentiero del bosco spingendosi avanti Cosimo.
Michele seppe solo più tardi, da Cosimo, quel che era
accaduto durante le due ore che aveva passato nella radura
con le mani legate dietro la schiena. L’intenzione di
Vacca e dei suoi compagni era di andare ad appostarsi
non proprio alla sorgente di Giana per bloccare i cinghiali,
ma accanto al cancello del muro di cinta della casa di Antonio
Màsala, costringere Cosimo a bussare e a farsi aprire
da suo zio, e quando poi il vecchio avesse aperto, precipitarsi
tutti dentro. Erano certi che Antonio teneva in casa i
soldi per la paga dei carbonai. Ma prima che potessero avvicinarsi
al muro (la casa era poco discosta dal limite del
bosco) un colpo di fucile partì dal tetto; il secondo colpo
prese Angelo Malìga alla schiena. Cadde muggendo come
un toro. Si trascinò a stento fino al bosco, dove gli altri si
erano appiattati dietro gli alberi. Erano rimasti lì un poco,
poi pensando che non era il caso d’arrischiarsi a un nuovo
tentativo, se n’erano tornati verso la radura, dov’erano i
cavalli. Vacca era rimasto indietro col ferito, che fu trovato
poi sgozzato come un agnello.
A Cosimo e a Michele fu intimato, sotto la minaccia
dei fucili spianati, di continuare il viaggio come se nulla
fosse accaduto.