Torna alla homepage | Vai alla sezione IL PARCO | Vai alla sezione I LUOGHI | Vai alla sezione LA SCUOLA NEL PARCO | Vai alla sezione COMMUNITY

Salta la barra di navigazione e vai ai contenuti

Numeri utili

  • Comuni di:
    Villacidro
    Arbus
    Buggerru
    Fluminimaggiore
    Guspini
    San Gavino Monreale


    tel. 347 9170196
    info@parcodessi.it
  • Logo della Regione Sardegna
    POR Sardegna 2000-2006
  • Logo della Comunità Europea
    Progetto cofinanziato dalla U.E. - Fondo FESR

Modulo II - Antologia di pagine scelte

I luoghi

Da Introduzione alla vita di Giacomo Scarbo: Olaspri, Léopoldville e Bruxelles
Giacomo Scarbo ha perso la madre nei primi anni di vita e di lei conserva, o meglio crede di conservare, solo confusi e lontani ricordi. Per questo il ragazzino ascolta avidamente i rari racconti che il padre gli fa, forzando la sua naturale ritrosia a parlare della prima moglie tanto amata e per la quale prova ancora un acuto senso di nostalgia. I luoghi nei quali la famiglia ha vissuto sono disparati: dalla Sardegna del Campidano al Belgio, di cui Josephine era originaria, al Congo belga, meta di uno dei tanti loro viaggi. Il bambino è lieto di poter finalmente avere memoria della madre, anche se in modo vicario; ma è forse ancora più felice di poter condividere dei momenti di intimità con il severo padre, troppo chiuso nel suo dolore per accorgersi della sofferenza altrui, avaro di notizie e particolari che non fanno che vivificare sentimenti mai sopiti.

Dalla Parte III
Un’altra volta, quello stesso autunno andarono a Olaspri
senza Alina e si fermarono anche a dormire. Massimo
voleva andare a caccia lungo i canneti del Laritza, all’alba,
e Porfirio aveva tutto predisposto.
Come sempre, padre e figlio, prima di coricarsi, stettero
un poco affacciati alla finestra della stanza da letto.
Era piovuto e poche nuvole bianche restavano sospese
nel cielo, lontane dalla luna rotonda e quasi trasparente
nel suo splendore autunnale. Si vedeva distintamente la
roccia di Niobe, tra il fieno secco, oltre il fiume; l’apiario,
nel recinto in cima al colle, somigliava un villaggio in miniatura.
Le cime degli eucalipti erano ferme, quasi ancora
grevi di pioggia, con le lunghe foglie aguzze piene dei riflessi
della luce lunare e i tronchi rosei, nudi, con lunghi
brandelli di corteccia verde e color tabacco. Tutto immobile,
greve di umidità, ma sul punto di liberarsene e di
nuovo fremere e palpitare. Il vento, altissimo, toccava solo
le nuvole sfioccandole. Laggiù, nel fondo della valle, tutto
stava al riparo, in un’aria raccolta e ferma come acqua di
un lago trasparente e profonda.
«Lo sai dov’è Léopoldville?
Il ragazzo lo guarda e scuote la testa.
«È in Africa, nel Congo». […]
«E allora?» chiede il ragazzo.
Bisogna pure raccontare qualcosa, parlare.
«Una sera,» racconta Massimo «nell’accampamento, trovammo
un rospo sotto la branda».
«Un rospo?».
«Sì, un rospo. Era grande così: sembrava una lepre. Si
sentiva soffiare…».
Il ragazzo ascolta attentissimo, con un brivido di piacere.
«… Lo vide tua madre, ma non si spaventò. Sai, tua
madre non aveva paura di niente».
«Nemmeno dei serpenti?».
«No».
«E dei leoni?».
«I leoni poi non fanno paura a nessuno. È come la
caccia al cinghiale. Tua madre vide il rospo e mi disse di
darle un paletto della tenda. Io glielo diedi, e lei lo infilzò
e lo buttò fuori».
Giacomo vedeva il rospo sotto la branda, una massa
scura, con gli occhi gialli come quelli del gufo e persino
due piccoli cornetti sulla testa. Doveva avere un coraggio
straordinario, sua madre, per infilzare quel grosso rospo.
Ebbe un colpo di nausea e si sedette sul letto. Aveva sentito
sotto la punta acuminata del paletto la carne molle e
flaccida del rospo cedere, qualcosa di viscido spandersi
lentamente. Perché aveva ripetuto quel gesto con la fantasia,
come se fosse stato lui a farlo e ora potesse ricordare.
[…] Massimo raccontava a Giacomo
che cosa è Uccle, a Bruxelles. Un quartiere vastissimo,
quasi un’altra città. Avevano una casa in rue Stanley.
C’era un piccolo giardino, un canale. Massimo seguiva il filo
dei propri ricordi: andavamo, vedevamo, partimmo…
«C’era un cugino di Joséphine che abitava di fronte. Veniva
sempre a prendervi. Attraversava il canale con una
barchetta che teneva legata al cancello. Qualche volta vi
portava in barca. Qualche volta veniva con la sua automobile.
Tua madre ti portava fuori… sai come? Dentro
una cesta per la biancheria!».
Tutti e due, padre e figlio, ridevano.

Da San Silvano, Il paesaggio nei dintorni di San Silvano.
Giuseppe Dessì ha ambientato le vicende dei suoi narrativi quasi esclusivamente in una certa parte della Sardegna, la zona del Campidano che gli ha dato i natali. La cittadina di Villacidro, e le campagne circostanti, è il teatro in cui l’autore fa muovere i suoi personaggi: ora la chiama San Silvano, ora la denomina come Norbio, in altri ambiti le attribuisce un ulteriore toponimo, Ruinalta, ma si tratta sempre della terra madre, delle sacre sponde mitizzate ed amate, di un paesaggio che appare immutabile da secoli, garanzia di valori morali alti e inalienabili.

La campagna era simile a quella di San
Silvano, che conosco così bene che posso ripensarla a occhi
chiusi, essere presente in essa ovunque sorga un suono,
fucilata o latrato. Vedo cespugli che mi ricordano la
caccia mattutina alle tortore o la silenziosa ricerca della
pernice, che fa tra le stoppie un canto sommesso, una serie
di piccoli baci scoccati nel palmo della mano. Il fumo
della locomotiva, che ora è bianco, si rovescia sulla siepe
e inumidisce le larghe pale verdi dei fichidindia, copre cespugli
che riemergono poi come scogli da cui si ritiri l’ondata;
e fila d’uccelli grossi e scuri si levano ordinatamente
e piegano verso l’ombra dei colli mostrando nella larga virata
il petto bianco come la spuma di un’onda. Ne avevo
visti anche attraversando la Maremma, ma non ero riuscito
allora a ricordarmi il loro nome.
Riconobbi subito, fuori della stazione, il vento arido
della montagna che scopre il fondo delle strade scoscese
come torrenti, simili in tutto a quelle di San Silvano, rividi
la piazzetta di due anni fa, le piccole case, gli empori, con
le loro vetrine illuminate, grandi come finestre, zeppi delle
mercanzie più disparate, dagli zoccoli di legno ai ceri per
le offerte. […]
Da ragazzo ero vissuto nella cerchia dei monti la cui
forma monotona era come uno spigolo più alto del tetto
della nostra casa. La sola cosa che m’avvinceva in quel
paesaggio senza sorprese, era il cielo sopra l’ampia sella
dell’Arcuentu, il cui nome significa, come Elisa mi disse,
arco o porta del vento. Infatti quella plaga di cielo era
sempre spazzata dal vento, tersa e splendente, piena del
mistero delle campagne nascoste dal monte non ancora
scalato che il vento attraversava. Ricordo la monotonia dei
mesi estivi, quel paesaggio immobile noto in tutte le sue linee,
in tutti i suoi alberi, e il desiderio di percorrere in treno
la pianura e vedere i monti sciogliersi dalla loro stretta
sviluppandosi nell’ampia catena che chiude l’orizzonte, al
limite della quale riappariva di scorcio la sella dell’Arcuentu
con le due cime aguzze, ma senza più noia, senza più
monotonia, lontano e perduto nell’ampiezza del tramonto.
Il mutarsi delle stagioni che portano alla campagna nuovi
colori e rinnovano le prospettive – dalla fioritura dei mandorli,
a principio di febbraio, fino alle prime piogge autunnali,
che ravvivano le rocce dei monti tra il verde dei
boschi – era chiuso in quella lontananza trasparente di
montagne azzurrine, le quali s’aprivano per me solo quando
il mistero di questa vicenda era di nuovo sommerso
nell’immobilità dell’estate. […]
Ora, dopo tanti anni, ritrovavo la campagna in piena
primavera, questa stagione che per me è l’infanzia; e nei
viaggi quasi giornalieri da Pontario a San Silvano, dove mi
recavo con la scusa di alcuni lavori che stavano facendo
nel giardino, scoprivo che San Silvano era dilagato fino a
Pontario nel rigoglio della stagione, sommergendo ogni
diversità che prima poteva esserci. I colori danno rilievo
alla distanza che passa tra albero e albero. Un ciuffo di
canne in riva a un fosso, verdissime, che s’indovinano tenere
e acquose, ferma il mio occhio mentre l’autobus procede
lentamente, crea distanze, limita e allarga a un tempo
il paesaggio. In un campo di grano ci sono ulivi potati,
così che tra le foglie e i sottili rami neri e contorti si sente
l’aria. Le foglie sono di un verde pallido, sulla via di farsi
grigie. Si direbbe che un soffio d’incendio abbia spogliato
le vecchie piante e che esse si rinnovino ora esprimendo
questa tenerezza di vita dal legno durissimo. Hanno il
tronco affondato per metà nel grano, che è folto come
cresce solo nelle terre fecondate dal fuoco. Potrei passare
lunghe ore a guardare uno di questi alberi, un ramo o un
cancello. La corsa dell’autobus non mi distacca da nulla:
ogni cosa mi ritorna moltiplicata e rinnovata, alberi, rami e
cancelli. Scopro con meraviglia che non v’è nessuna differenza
tra questo viaggiare e lo starmene sdraiato sul mio
letto: non viaggio attraverso la campagna, ma sono nella
campagna, come quando la campagna mi s’apre con la
sua ricchezza di boschi e di spazio per virtù di un rumore.
Quando entriamo in una zona pianeggiante, un vasto campo
di asfodeli su cui è gettata una immensa rete di fili di
ragno sottili e brillanti per la nebbia non del tutto sciolta
in quel punto, nel sole che c’investe rompendo obliquo
dalle nuvole e velato tuttavia di nebbia, il paesaggio svanisce
in questo brillio.

Da Paese d’ombre: Il bosco di Aletzi.
La devozione quasi religiosa di Angelo Uras nei confronti dei boschi del villacidrese viene fortemente sottolineata in questo brano, in cui la foresta di Aletzi appare innocente e disarmata, bisognosa di difesa e di attenzione perché non cada anch’essa vittima di mani rapaci, avide e sacrileghe, come già troppi altri boschi in precedenza. La salvezza di Aletzi diventa per il giovane vedovo una sfida, un motivo per sopravvivere alla morte della sfortunata Valentina, la sposa bambina. Da allora, Angelo lotterà con tutte le sue forze, fino a rischiare il suo patrimonio personale, per il benessere della comunità e per lasciare ai propri discendenti una terra ancora rigogliosa ed intatta.

Dalla Parte seconda
Al gran trotto passarono davanti alla croce delle missioni di
Seddanus e presero la strada che, costeggiando le estreme pendici
di Monte Volpe, passa sotto la cascata de “Sa Spendula”, in
quella stagione ricca di acque che spumeggiano tra le celidonie,
gli oleandri e i grandi cespugli di rovo. L’aria era piena del
rombo della cascata e di un pulviscolo umido che, anche a distanza,
bagnava le foglie degli alberi e la faccia dei cacciatori.
La strada si fece più stretta serpeggiando sotto la volta compatta
dei rami delle enormi querce e dei lecci centenari.
– Vede! – disse Angelo all’ingegnere, che gli cavalcava a
fianco. – Qui i toscani non ci sono mai arrivati. Qui gli alberi
sono come ai tempi di Josto…
– Chi era questo Josto?
– Era uno dei nostri, che combatteva contro i romani.
Contemporaneo di Annibale, credo.
[…] Si trovarono, a un tratto, davanti alle sue ripe sassose.
Tra il greto del torrente e il fianco roccioso della montagna
una stretta strada risaliva la valle. Il torrente era quasi completamente
nascosto da grandi cespugli di oleandri, di rovi, di peri
selvatici, di olivastri. Dappertutto, persino tra le rocce, cresceva
una vegetazione rigogliosa, e la valle risuonava come
una immensa conchiglia. Dopo aver costeggiato il greto per
un buon tratto arrivarono in un punto quasi pianeggiante, formato
dalla confluenza di due diverse vallate. In mezzo sorgeva
un colle di forma conica ricoperto da un bosco di querce
ghiandifere, elci, lentischi. Guardando meglio si vedeva che il
colle si prolungava fino a ricongiungersi alle montagne retrostanti,
che si aprono ad anfiteatro in un’ampia conca. […]
Girarono oltre la siepe di salici e sambuchi, scavalcarono
un muretto, oltrepassarono il torrente camminando sui sassi
scuri che emergevano dall’acqua e si inoltrarono in un boschetto
di eucalipti attraverso un sottobosco di felci fino all’ingresso
della grotta quasi interamente coperto da una folta
cortina di edera.
[…] in quel momento era in gioco Aletzi.
Fantasticava su quelle foreste, antiche quanto la stessa isola,
su quei monti che chiudevano la vallata, sui torrenti, e fantasticava
sul modo di far diventare suo quel piccolo mondo.
Dentro di sé aveva già deciso. Avrebbe chiesto un prestito, si
sarebbe presentato all’asta. Per istinto, più che per esperienza,
sapeva che per riuscire in un’impresa bisogna agire con tempestività,
con pazienza, con calma, e senza lasciarsi prendere
dalla paura. Dalle mappe risultava che nella regione di Aletzi
vi erano quindicimila olivastri. – Non ci sarà nessuno – pensava
– che verrà a dirmi quello che devo fare e, a mano a mano
che si procederà al taglio, io innesterò gli olivastri. Prenderò al
mio servizio i toscani: Renato Granieri mi aiuterà, è già mio
amico. Sono tutti bravi ragazzi, bravi e coscienziosi con chi li
paga bene. Io li pagherò bene –. – Sì, mammài, – diceva immaginando
di polemizzare con sua madre e ribattere i suoi argomenti
– sono lavoratori molto svelti, sono certo che potranno
tagliare gli alberi e, allo stesso tempo, innestare gli olivastri.
Questo Aletzi sarà mio, perché lo avrò fatto io, con le mie
mani. Fra vent’anni sarà tutto un gran bosco di olivi, piante
che nessuno oserà mai tagliare. […]
In pochi giorni furono ultimati i preparativi per l’inizio dei
lavori. Renato chiese ad Angelo come doveva regolarsi per il
taglio degli alberi.
– Se ne deve abbattere uno su dieci – spiegava – e devono
essere risparmiati gli alberi in pieno sviluppo, come quello
lì, e le querce ghiandifere ancora capaci di dare frutto. La cosa
più importante è fare in modo che il bosco possa ricrescere
in breve tempo.
– Ho capito – disse Renato.
Così una mattina, verso la fine di novembre, la vallata risuonò
di colpi di accetta in successione rapida e ritmata. Divisi
in due squadre, capeggiate da Angelo e da Renato, i boscaioli
cominciarono dai piedi della montagna che separa Aletzi dal
territorio di Ruinalta. A scegliere gli alberi erano i due capisquadra.
Si procedeva prima a liberare l’albero dai cespugli.
Il sottobosco, oltre che di grandi roveti, era ricco di corbezzoli
che, dopo la fioritura del primo autunno, si erano caricati di
frutti rossi, saporiti e freschi, ancora bagnati di rugiada. Ogni
tanto Angelo se ne metteva in bocca uno, e ritrovava il piacere
infantile di quel sapore asprigno e della polpa granulosa.

Da La frana, Paese d’ombre, La scelta: Cagliari
Il capoluogo della Sardegna viene più volte descritto da Giuseppe Dessì che lo rende spesso, anche se perlopiù temporaneamente, teatro delle vicende dei suoi protagonisti. Le vivide rappresentazioni della città brulicante di vita e di confusione, di cui sono simbolo i piccioccus de crobi, i ragazzini disposti a mille lavoretti pur di garantirsi la sopravvivenza, sono nettamente in contrasto con l’apparente sonnolenza della campagna immota e immutabile. A titolo di esempio ecco alcuni brani tratti dal racconto La frana, in Lei era l’acqua e da due romanzi, Paese d’ombre, considerato dai più il capolavoro dello scrittore e La scelta, il volume lasciato incompiuto dall’autore. Da queste pagine, nelle quali talvolta traspare chiaramente l’imbarazzo dei personaggi che si sentono fuori posto, paesani inadeguati ed inesperti, emerge ancora una volta, come in tanti altri narrativi, la visione del porto e della darsena, significativi della possibilità di un desiderato quanto paventato allontanamento dall’isola, simboli di un viaggio verso l’altro da sé, verso un ignoto per il quale si nutre tuttavia un’atavica diffidenza contadina.

Da La frana, in Lei era l’acqua, Capitoli XI, XII, XV
La nostra grande passione era il porto, la darsena. Non passava giorno senza che ci facessimo una scappata. Sapevamo tutto dei piroscafi, dei velieri, delle navi da guerra che entravano e uscivano, italiane e straniere. Soprattutto ci interessavano quelle che venivano da lontano, da paesi di cui avevamo una cognizione vaga come era possibile a ragazzi vissuti tra i monti. […]
Il porto era per noi ora quel ch'era stato il frantoio anni prima, quando andavamo a sederci accanto al fornello ardente della caldaia, dove uomini e donne sostavano a scaldarsi, e sentivamo parlare dei paesi di Parte d'Ispi e del Centro. Così ora era importante veder le bandiere annerite dal fumo pendere dalla poppa degli alti piroscafi, autenti-che vecchie bandiere inglesi, francesi, russe, che avevano preso la pioggia di tutti i cieli e si erano asciugate ai venti di tutti i mari. Era importante, con le duecento, trecento parole imparate, salire a bordo e, come passando clandestinamente il confine, parlare con questi stranieri.
Tutto questo ci permetteva di situare nel mondo la nostra Isola, con le sue montagne decrepite, con la sua lentezza e la sua diffidenza, la sua antica invincibile paura del mare; come se davvero noi avessimo girato il mondo e fossimo tornati con un'esperienza incomunicabile a parole, com’era incomunicabile a parole l'esperienza che aveva lo zio Amedeo della campagna. Ero compreso di questo sentimento; e una volta, mentre andavo a cavallo da R. al podere, dove lo zio e Stefano mi avevano preceduto la sera prima, capii come la solitudine della campagna senza voci, tagliata da una fila di esili e distorti pali telegrafici, non era diversa della solitudine degli oceani e dei deserti sui quali fantasticavo, e dei quali si parla nei libri, ma era quella solitudine stessa. […]
[Oreste] in città, vestiva in modo più accurato, e anche con una certa ricercatezza un po' antiquata. L'impronta che la città gli aveva lasciato dagli anni di studente si riaffacciava ora più netta. Ma tutto era molto cambiato, da quando lui abitava in una stretta viuzza del Castello, che è la parte della città più alta e antica, compresa tra i bastioni di S. Remy e Porta Cristina. Via degli Argentieri si chiamava ora via Giuseppe Mazzini. Il molo era stato prolungato, gli alberi di via Roma erano cresciuti, i palazzi si erano elevati di qualche piano.

Da Paese d’ombre, Parte quarta
A Cagliari, sotto l’ampia tettoia della stazione furono circondati
da un nugolo di piccioccus de crobi, i piccoli facchini
cagliaritani, scalzi, vestiti di stracci e vispi come passeri, con le
loro gialle corbule di giunco, sempre pronti a trasportare qualsiasi
merce per pochi centesimi. Angelo di solito non rifiutava
i loro servigi quando passava per il mercato a fare acquisti,
prima di prendere il treno del ritorno; ma quel giorno era stanco
e se li levò di torno in modo sbrigativo. Montarono sul tram
a cavalli stracarico di gente sudata e impaziente, fiaccata dallo
scirocco che portava, attraverso il mare, il fiato ardente del deserto
africano. Pareva di essere ancora in piena estate. Il tram
infilò la via fiancheggiata a sinistra dai grandi palazzi con gli
alti portici ombrosi e a destra dai colossali ficus elastica dal fogliame
folto, carico di polvere. Tra il fogliame s’intravedevano
le locomotive e i piroscafi neri e rossi attraccati nella darsena
accanto alle imbarcazioni a vela dalla poppa rotonda, quasi
appoggiata alla banchina sulla quale si affaccendavano i facchini.
Sul vocìo e lo sferragliare confuso, si alzavano tratto tratto
il fischio delle locomotive o l’urlo cupo delle sirene. La via
Roma era stipata di gente che non si capiva bene dove andasse,
cosa facesse in quell’ora afosa, mentre il sole, nascosto
dietro cumuli di nuvole, la accendeva di giallo, rosso, arancione,
verde, turchino. Anche le facciate dei palazzi e le torri più
alte del castello con le case stipate, stratificate fra ciuffi di palme
e di agavi e i contrafforti dei bastioni medievali, si tingevano
di quei colori fantastici che presto si sarebbero spenti lasciando
la città sotto un cielo di ametista.
Angelo e Francesco, stanchi dal viaggio e infastiditi dalla
ressa, si rifiutavano di abbandonarsi alla città, che conoscevano
bene, e che ogni volta si mostrava per quello che era: ampia,
popolosa, in movimento, con i suoi tramonti spettacolari e la sua
festosa gaiezza a dispetto dello scirocco, del caldo, della polvere
e di quell’odore di alghe marce che veniva dal mare e dagli stagni.
La gente andava e veniva chiacchierando di chi sa che, con
quella cadenza cantilenante così diversa e in contrasto con la dura,
asciutta parlata isolana. Cagliari era diversa dal resto dell’isola.
Fin dai tempi antichi, era stata la roccaforte dei dominatori e la
sua popolazione eterogenea, fatta di un miscuglio di razze, teneva
in dispregio chiunque venisse dal contado. Anche Angelo,
quando arrivava a Cagliari, si sentiva un paesano e, come tutti i
paesani, provava un senso di inferiorità. In città ridiventava timido
e vulnerabile com’era stato in un tempo ormai lontano.

Da La scelta, Parte Prima
Spesso lo zio, quando non faceva passeggiate troppo lunghe, mi portava con sé. Andavamo a Monte Orpinu o al ponte della Scafa, fin oltre la cinta daziaria. Io ricordo ancora il rumore della risacca contro gli scogli e l'odore delle alghe; e di Monte Orpinu e del Castello San Michele ricordo lo strano odore di erbe medicinali che lo zio si chinava a raccogliere per farmele vedere da vicino e dirmene il nome, e gli esili pini dal tronco sottile e contorto, così diversi dai grandi pini di Norbio piantati dal nonno Angelo quando era sindaco. A Norbio la campagna non aveva quell'odore di erbe medicinali, ma gli odori vivi e salubri che io avevo sempre conosciuto e mi erano famigliari come quello del mirto, del timo, del lentischio, della menta peperita, della finocchiella. […]
Di sera, quasi sempre, si andava al Bastione, dove si svolgeva la passeggiata pubblica e dove ci si sedeva al caffè per prendere il gelato o una granita di limone. L'enorme terrazza del bastione era affollata di gente che passeggiava e di bambini che si rincorrevano strillando come uccelli. Sotto di noi si stendeva la città con le sue luci abbrunate, che indovinavamo più che vedere, A quell'ora, diceva zio Emanuele, una volta veniva alzata con gli argini la rete antisommergibili, che di notte chiudeva la darsena dal molo di ponente a quello di levante, che si profilavano appena nell'oscurità. […]
Il nonno arrivava sempre senza preavviso, tranne la telefonata che faceva dalla stazione e che lo precedeva di mezz'ora: il tempo di fare le compere al mercato. Arrivava in carrozzella preceduto e seguito da cinque o sei ragazzetti svelti e vispi, sempre a disposizione di chi faceva spese al mercato o di chi arrivava alla stazione carico di bagagli. Cominciava con l'affidar loro le proprie valigie, poi saliva su una delle carrozzelle, quasi sempre la stessa, che aspettavano sotto le grandi palme in un afrore di orina, e passava dal mercato, che era proprio di strada. La zia, che era stata avvertita dalla telefonata, si metteva con la mamma ad aspettare alla finestra, e io, in pigiama, seduto sul davanzale, coi piedi nudi spenzolanti nel vuoto. Non dovevamo mai aspettare molto: poco dopo vedevamo la carrozzella sgangherata sbucare dal portico a fianco del Distretto Militare e il nonno che gesticolava allegro in segno di saluto. La carrozza si fermava davanti al portoncino di casa e i ragazzini con le ceste s'infilavano su per le strette scale in cima alle quali la zia e la mamma stavano aspettando.