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Modulo II - Antologia di pagine scelte

La morte

Da San Silvano: La morte di Elisa Alicandia
Pino e Giulio Alicandia hanno attraversato il Tirreno col piroscafo e hanno raggiunto la nativa San Silvano, allarmati da un telegramma del cognato Vincenzo che annunciava la malattia della loro adorata sorella Elisa dopo il parto; solo in procinto di arrivare Pino realizza con orrore che la sorella sta per morire. I due fratelli, da sempre, si sono disputati con il cognato l’amore di Elisa: gelosi l’uno dell’altro fino a quel momento, sono finalmente uniti nel dolore della perdita della donna, profondamente anche se diversamente amata e dalla quale ciascuno pretendeva un affetto esclusivo. Anche nel momento del supremo scolorar del sembiante, Elisa è vista bellissima e immota attraverso gli occhi dei fratelli e del marito che l’hanno amata, e che si mostrano ancora possessivi nei suoi confronti, intenzionati a non condividere quel momento di sofferenza con seppur volenterosi parenti ed estranei.

Dalla parte III
C’era caldo nella camera, e nessuno osava aprire le finestre
per via del vento; c’era troppa gente, come accade
in queste circostanze, che tutti presumono di essere utili,
specialmente le donne. […]
Vincenzo ci era venuto incontro sulle scale, ci aveva
presi per il braccio e ci aveva condotti fino al letto di Elisa,
poi era tornato al suo posto senza dir parola e aveva ripreso
a muovere piano piano il ventaglio accanto alla tempia
di lei. La signora Blesilda mi sfiorò la mano e m’indicò due
sedie libere, un poco discoste dal letto. Giulio s’avvicinò,
baciò Elisa sulla guancia e la chiamò per nome; ma io non
ebbi la forza di fare altrettanto vedendo che essa non lo riconosceva.
[…] Per Elisa oramai non c’era più nulla da fare; bastava muovere
pian piano il ventaglio accanto alla sua tempia. […]
Tutto era pronto in una stanza accanto: la biancheria,
l’abito da sposa, i ceri. […]
Vincenzo si alzò e disse: «Lasciateci soli».
E vedendo che nessuno si muoveva, ripeté: «Vi prego,
lasciateci soli».
Parlava con voce ferma, ma ogni tanto un singhiozzo
lo scuoteva. Quando le signore furono uscite, chiuse la
porta e aprì la finestra che dava sul cortile. La stanza si
riempì di aria fresca. […] Non sapevo nulla
di più del giorno prima: come il giorno prima, sapevo
che Elisa moriva. Non la vedevo né la sentivo morire, non
l’avevo quasi guardata. C’era già dentro di me una certezza
che nessuna sensazione esteriore poteva accrescere o
modificare. […]
La luce in capo al letto batteva sul viso di Elisa e i suoi
occhi erano aperti, immobili. Non era mutata ma solo un
poco smagrita, e i capelli si erano diradati sulle tempie come
dopo una lunga malattia.
[…] Avevo pensato la morte di Elisa come avvenuta
già da tempo, anzi m’era parso che Elisa, come la
mamma, tornasse a me dalla morte, rifatta chiara nella memoria,
saggia come sono i morti che ritornano a vivere nel
nostro spirito. Così avevo pensato la sua morte il giorno
prima; e mentre piangevo nell’angolo della carrozza, la
sua morte non mi sembrava sconosciuta ma simile alla sua
vita, come sarebbe stata se invece di maritarsi fosse rimasta
nella nostra casa di San Silvano. Ora, improvvisamente,
i rumori della stanza vicina me la facevano apparire, questa
morte, nel suo aspetto fisico, incomprensibile.
[…] Nelle ultime ore le labbra della morente si saldavano
minacciando di soffocare il respiro già tanto debole. Allora
Vincenzo gliele umettava ogni tanto con qualche goccia
di aranciata […] Secondo l’uso, le tolsero
alcune immagini che le avevano messe sotto il cuscino,
perché “potesse morire”, come dicono in Parte d’Ispi.
Gliene lasciarono solo una, di non so che Santo, che aiuta
la morte. […] A un tratto vidi Vincenzo impallidire.
Aveva smesso di far cadere le
gocce di aranciata sulle labbra di Elisa e la guardava fisso.
Solo io m’accorsi che lo faceva di proposito, in seguito a
una risoluzione disperata. Dopo un poco il viso di mia sorella
si tese in uno spasimo e solo con grande sforzo le
labbra si dissaldarono. Allora la bocca si aprì come per
uno sbadiglio e tutto il corpo si contrasse. Quando riaprii
gli occhi s’era ricomposta. Era bellissima.

Da Il disertore: La morte di Saverio Eca.
In seguito alla confessione di Saverio, prete Coi è assalito dal dubbio se sia giusto assolvere un assassino, ma dopo una giornata passata con l’amico medico e filosofo Urbano Castai, prende la risoluzione di aiutare il ragazzo, ritenuto un’altra delle vittime della guerra. La morte del disertore lo coglie di sorpresa, rendendo vane le sue perplessità ed inutili i suoi uffici: Lica, la moglie di Saverio, che nel frattempo si era unita ad un uomo senza sposarsi per non perdere la pensione, si sente vedova due volte e in lacrime non riesce a capacitarsi di non essere stata cercata prima dal marito, che pure l’aveva amata; Gregorio, il padre del morto, rassegnato e pietoso, ragguaglia il parroco sulle ultime volontà del figlio, morto di malaria senza i conforti religiosi. Infine Mariangela, la madre, inconsolabile, livida, si mostra inamovibile depositaria del desiderio del disgraziato figlio, cioè di essere seppellito nelle amate montagne, occultamente: senza piangere, senza parlare e col tacito benestare del parroco, si appresta a sotterrare il “migliore dei suoi figli” in quella isolata capannuccia che, da allora in poi, diverrà meta di frequenti e sofferti pellegrinaggi.

Dal Capitolo XXVIII
[Prete Coi] raggiunse [Mariangela] due ore dopo a Baddimanna.
C’erano anche Gregorio e Lica, la moglie di Saverio.
Si fermò per asciugarsi il sudore ai limiti dello spiazzo, a
una cinquantina di passi dalla capanna. Accanto a Saverio, disteso
fuori della porta sullo scialle di lana nera, stava inginocchiata
Lica, che si dondolava avanti e indietro mugolando. Gregorio
era dall’altra parte, seduto sui calcagni, e con un rametto
teneva lontano dal viso del figlio le mosche verdi che infestano
gli ovili. Mariangela, in piedi, la testa piegata su di una spalla,
non faceva nulla, e non mutò positura nemmeno dopo.
Ripreso fiato, don Pietro si avvicinò, oramai certo di quello
che vedeva, e che non si era aspettato di vedere. Non aveva
pensato che fosse morto. Credeva di venire per un consiglio,
per confortarlo.
Lica, sentendolo avvicinarsi, aveva preso a mugolare più
forte. E nel mugolio affioravano parole cantate e piante insieme,
lunghe frasi modulate, le lodi del morto e domande e
rimproveri. Perché non l’aveva voluta vedere? Perché l’aveva
tenuta lontano? Perché aveva rifiutato le sue cure?
Don Pietro provò un senso di fastidio per quel lamento
che gli parve di conoscere e di avere già udito altre volte.
Gregorio si alzò in piedi rispettosamente, zittì la donna, la
quale cominciò a singhiozzare.
Il prete si avvicinò ancora, si fermò ai piedi del morto, levandosi
il cappello come uno qualunque. Anche Gregorio si
levò il berretto.
Il morto non era disteso e irrigidito nella sua lunghezza, ma
aveva le ginocchia piegate e le braccia raccolte contro il petto.
Distolse lo sguardo da quella faccia barbuta e rigida, si
guardò attorno, guardò in alto. Nuvole bianche passavano rapide.
Ecco dunque che tutto si era risolto diversamente dalle sue
logiche previsioni. Lui che aveva visto morire tanta gente non si
era accorto che quell’uomo stava morendo. Eppure in quei
giorni non aveva pensato che a lui. Era morto a sua insaputa.
Ora la decisione che aveva preso non aveva più bisogno
di essere giustificata, era giusta. Aveva la spiegazione logica,
che mai gli s’era affacciata alla mente. La riprova della giustezza
del suo operato era nei fatti accaduti e irrevocabili, era
nel silenzio che aveva attorno, quel silenzio che rendeva superflua
ogni parola.
A lungo stette assorto come in preghiera.
Si riscosse a fatica, e chiese perché avessero scavato la
fossa nella capanna. Senza convinzione li rimproverò. Disse
che bisognava portarlo giù in paese, denunciare regolarmente
la morte. Disse che bisognava «rientrare nell’ordine». Disse
tutto questo in fretta, per liberarsene, ma non ci credeva.
Mariangela non diceva nulla. Parlò Gregorio. Riferì ciò che
lei gli aveva detto. Nei giorni precedenti, quando Saverio sembrava
migliorato – ma era soltanto il miglioramento della morte e
lui lo sapeva – le aveva fatto promettere che mai lo avrebbe consegnato
alla giustizia, nemmeno morto. Le aveva chiesto di essere
sepolto lì, nella capanna, e di essere lasciato lì per sempre.
Mentre parlava, il vecchio accennava a Mariangela che se
ne stava zitta, senza piangere, come se parlassero di un’altra persona.
Ritornò il silenzio di prima. Tutte le parole erano superflue,
inutili. Tutto era chiaro e tutto si capiva senza bisogno di
parole. E come già prima don Pietro aveva deciso di non denunciare
il disertore ma anzi di aiutarlo a restare nascosto, così
in quel momento decise di aiutare i parenti a secondare il suo
desiderio, e a seppellirlo nella vecchia capanna.
Si inginocchiò e cominciò a pregare: la prima preghiera
per l’anima di Saverio Eca, che aveva ucciso il suo comandante
per un colpo di frustino dato per isbaglio nell’impeto dell’assalto,
o che credeva di avere ucciso.
Sperava di non peccare di superbia affidandolo alla misericordia
divina con la certezza che avesse già largamente espiato.

Da Paese d’ombre, Parte prima: La morte di don Francesco Fulgheri.
Don Francesco Fulgheri, uomo probo e giusto, ritenuto dal popolino un eccentrico e un libero pensatore, suscita con il suo comportamento le più diverse reazioni: stima, affetto, ammirazione, paura, esecrazione. E odio. Nella sua carriera di avvocato di grido, senza ombre e compromessi, infatti, aveva mandato in galera, tra gli altri, Gerolamo Sanna, bramoso di vendetta. Costui coglie l’occasione di provocare la morte del suo accusatore, allentando non visto il morso del cavallo Zurito, che trascina il calesse del padrone verso la rovina. Nel brano seguente, in cui l’autore descrive con momenti di intensa drammaticità la corsa folle del cavallo ormai incontrollabile, Don Francesco, realizzato il pericolo nel quale si trova, combatte per la sua sopravvivenza razionalmente e con tutte le sue forze, senza panico e fino alla fine, in piena coerenza con i principi secondo i quali era vissuto. Negli ultimi disperati istanti di vita il nobiluomo ancora una volta si mostra generoso e pensa soprattutto a salvare il suo piccolo protetto, Angelo Uras, il quale a sua insaputa è stato nominato da don Francesco erede universale delle sue vaste proprietà, proprio per il suo comportamento disinteressato.

Ma oramai era inutile recriminare. Rivedeva le vasche di
granito dell’abbeveratoio, digradanti, in modo che l’acqua defluiva
dall’una all’altra restando sempre pulita. Qualche festuca
di paglia passava da una vasca all’altra seguendo il filo
della corrente. Pensò che la vita è regolata da leggi irreversibili,
alle quali gli uomini sono soggetti come i fili di paglia;
ma non era questo il suo modo di sentire; non si era mai abbandonato
sul filo della corrente, aveva sempre lottato contro
il destino. Si guardò attorno. Avrebbe voluto trovare un
modo per salvare almeno il bambino. Buttarlo giù per esempio!
No, non si poteva senza rischiare di ucciderlo a causa
delle rocce affioranti e delle strette pareti di terra indurita che
fiancheggiavano la strada. Forse più a valle sarebbe stato
possibile, dove c’erano, se ne ricordava, prati di erba alta di
qua e di là della strada. […] Al di là dei muretti c’erano grandi olivi, mucchi di erba
falciata e mucchi di sassi. Don Francesco pensò di nuovo
di buttare Angelo dal calesse, oltre il muro; ma sarebbe stato
come ucciderlo con le sue stesse mani. […]
Ora tutto stava forse per finire, forse la Santa Vergine
aveva davvero ascoltato le preghiere ch’egli non aveva cessato
di recitare durante la corsa.
– Salvaci, salvaci, Madre benedetta, e io ti prometto che
tornerò in seminario e mi farò prete. Facci tornare a casa sani
e salvi! –. Disse ancora una volta a fior di labbra la sua preghiera,
pronunciò la sua promessa, perché gli avevano insegnato,
in seminario, che le preghiere vanno dette e non solo
pensate; ma per quanto fosse sommesso il mormorio e coperto
dal rumore della corsa, Don Francesco lo udì, e si voltò furente
verso di lui.
– Guai a te! – urlò con quanto fiato aveva. – Farsi prete
quando non si ha la vocazione è peggio che morire; e poi è
un peccato. Nel primo cassetto del canterano, c’è il mio testamento:
tu e tua madre siete miei eredi; ma se torni in seminario
non prenderai niente! niente! […]
Don Francesco sedette stringendosi la testa tra le mani,
ma i paurosi sobbalzi del calesse lo sballottavano di qua e di
là. A un tratto prese Angelo tra le braccia e se lo strinse al petto,
lo prese sotto le ascelle e lo sollevò. – Tieniti con le mani
ai rami, stringi forte, – gridò, – poi proverò io…
Il ragazzo annuì, alzò le mani, strinse forte e fu strappato
via; rimase sospeso a tre metri da terra, e vide il calesse allontanarsi
per la strada pianeggiante. Don Francesco s’era voltato
a guardarlo e agitava le braccia lunghe e magre. Lui agitò le
gambe come risposta. Il vecchio gridava qualcosa, ma Angelo
non afferrava il senso delle parole. Sotto di sé vedeva la strada
polverosa. Poteva lasciarsi scivolar giù, cadere sulla polvere,
che avrebbe attutito la caduta; forse era questo che il vecchio
gli stava gridando. Si lasciò scivolare e cadde con un pugno di
foglie tra le mani. Cadde mollemente sulla polvere soffice e
calda sollevando una nuvoletta. Il calesse, rimpicciolito dalla
distanza, continuava la sua corsa in fondo alla strada lunghissima.
[…] Don Francesco si sentì sbalzato in aria,
poi cadde sui grossi ciottoli, travolto.
Angelo era disteso sulla polvere soffice e calda, in mezzo
alla strada. Sentiva lo sferragliare che si allontanava e il battere
ritmico degli zoccoli. La terra gli portava questi rumori ben distinti:
era come se vedesse il calesse giallo con Don Francesco
che agitava le lunghe braccia magre e, più in là, oltre la sua testa
nuda e calva la groppa bianca di Zurito con il solco rosso
della ferita. Sentì il sapore dolciastro del sangue sulle labbra. Si
alzò a sedere, aveva sempre il fracasso delle ruote nelle orecchie.
A un tratto udì uno schianto, e il fracasso cessò. In fondo
alla strada, vide il calesse, piccolissimo, saltare in aria, rovesciarsi
su un fianco, e vide anche, per un attimo, la figurina
nera di Don Francesco, sospesa sul groviglio del calesse giallo
e del cavallo bianco; poi non udì e non vide più nulla. La strada
deserta si perdeva all’orizzonte, la nuvola di polvere si andava
posando. Angelo chiuse gli occhi, e si abbandonò sfinito
nell’improvviso silenzio meridiano.

Da Paese d’ombre, Parte quinta: La morte di Angelo Uras
Angelo Uras ha avuto una lunga vita in cui gioie e dolori si sono equamente alternati: da una parte l’inaspettata eredità da parte di don Francesco Fulgheri, che ha impresso una svolta, insospettabile per un contadinello, alla sua vita e alla sua carriera; dall’altra la precoce perdita dell’adorata Valentina, sposa solo per il tempo di partorire la piccola Maria Cristina, e dell’amata madre, vigile custode dei suoi principi e attenta amministratrice dei suoi averi. Ormai vecchio, è circondato dai parenti, la seconda moglie, l’altera Margherita e i figli che ha avuto da lei; la primogenita e il nipotino Marco che ne raccoglie l’eredità spirituale. L’anziano sindaco sente che il suo tempo è arrivato e si guarda indietro senza rimpianto e senza paura, conscio di aver agito sempre con rigore e senso di giustizia, per il bene e per il futuro della comunità tutta: perciò, degno erede di Don Francesco, può affrontare la morte con la dignità e la misura con cui ha sempre vissuto.

Moglie, figli, servi e persino i nipoti più piccoli erano sempre
attentissimi e pronti a corrergli dietro, quando lo vedevano scendere
in cortile. Non lo perdevano d’occhio; e questo gli dava fastidio.
Voleva essere padrone di andare dove meglio credeva,
senza rendere conto delle sue azioni. Gli bastava il bastone di ginepro,
per appoggiarsi, qualche spicciolo in tasca per bere una
malvasia, le pietruzze di zucchero nel taschino del panciotto.
Ma, quella volta, nessuno si faceva vivo. Non si sentivano nemmeno
i bambini. […]
Era deluso, quasi offeso che nessuno lo avesse fermato, come
se la sua salute non importasse più a nessuno. – Forse, – pensa
(e questo è un pensiero che gli torna spesso) – forse sono già
morto –. E immagina il proprio corpo abbandonato nella grande
poltrona di cuoio, la testa rovesciata all’indietro, la gola tesa.
Quella parte di lui che attraversa il cortile e pensa e vede è puro
spirito, trasparente, silenzioso, leggero come aria, invisibile,
felice di andarsene via.
Questo pensiero gli dà un senso di gioia, di liberazione. […]
Uscito dal portone, svoltò a destra e prese la salita verso la piazza,
da dove veniva un brusìo di folla e insieme una voce acuta e
forte di uomo, una voce che prometteva qualcosa, che blandiva,
inveiva, minacciava. Uno dei soliti comizianti venuti dalla città,
certamente. Angelo si fermò per ascoltare. […] detestava
tutti i politicanti che venivano a Norbio a contar
fandonie. Se ne sentiva personalmente offeso, e ogni volta era
tentato di tirarli giù dal palco e di ammonire la gente: – Non
credete nemmeno una parola –. Lo tratteneva soltanto il timore
che qualcuno potesse pensare che parlava per proprio vantaggio.
Lui non aveva mai ingannato i propri elettori, aveva
sempre mantenuto tutte le promesse. Aveva detto che avrebbe
riscattato i boschi e li aveva riscattati il che gli aveva permesso,
durante la sua lunga amministrazione, di ridurre al minimo le
tasse, e Norbio era diventato un Comune ricco. Aveva promesso
opere pubbliche, e le aveva realizzate. Aveva persino promesso,
temerariamente, che l’acqua sarebbe tornata nelle sorgenti
ai piedi dei monti, e le sorgenti si erano rinvigorite e
arricchite in seguito al rimboschimento delle montagne. I paesani
avevano finito per considerarlo una specie di santo o di
stregone, che, alzando una mano, poteva comandare ai venti
e alle acque. Non sapevano nulla della sua tenacia, della sua
pazienza. […]
Angelo fece due passi indietro, si bilanciò sulle gambe,
poi fece roteare il bastone e con inaspettato vigore
lo lanciò oltre il tetto delle case. […] si
sentiva malsicuro sulle gambe: aveva fatto male a buttar via il
bastone. Sarebbe certamente caduto, se molte mani non si fossero
protese a sorreggerlo, mani che Angelo respinse […]
– Ora passa un’aria maligna e mi fulmina – si disse. Alzò il
viso e la mano verso il balcone e chiamò: – Marco, vieni ad aiutare
il nonno! – e cadde riverso tra le braccia dei soccorritori.
Qualcuno andò a prendere una seggiola, ve lo adagiarono e,
strascicando i piedi tutti assieme, lo portarono verso casa. Come
fu dentro, sotto il porticato, i figli presero la seggiola dalle
mani dei portatori, e a lui parve di cadere, tanto che si afferrò
con la destra alla giacca di Amedeo, mentre la sinistra gli pendeva
pesante e inerte. Maria Cristina, col viso inondato di lacrime
gli chiese: – Cos’hai, papà? –. – Sto bene – lui rispose con
un sorriso maligno. – Non è niente; sto morendo –.