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Modulo II - Antologia di pagine scelte

I personaggi

Da I passeri, Timoteo De Luna
Il brano seguente descrive una figura di formidabile avaro, degna del Mazzarò verghiano: Timoteo De Luna, noto per la sua avidità, ha adocchiato un terreno che una sua parente morendo ha destinato in usufrutto al marito. L’amore per la roba è tale che l’uomo per essa è disposto a venire meno al senso di pietà che si dovrebbe tributare ai morti. Invidioso da sempre dell’erede conte Scarbo, non perde l’occasione propizia per appropriarsi con l’inganno del terreno che ancora non gli spetta, seminandolo di nascosto e valendosi delle consuetudini della zona; quando inaspettatamente si trova di fronte proprio l’anziano usufruttuario del fondo, non demorde e gli si fa incontro con i buoi pungolati alla corsa, disposto a ferirlo e forse ad ucciderlo, pur di accampare i suoi presunti diritti.

Dal Capitolo XVIII
In cuor suo Timoteo sapeva bene
che le terre del Limene erano di Alina Eudes, e che suo
marito ne aveva l’usufrutto. Solo dopo la morte del conte si
sarebbe potuto parlare di un eventuale diritto dei De Luna.
Questo Timoteo lo sapeva, ma gli dispiaceva aspettare. Così
aveva fatto finta di ignorare la legge, e lasciando agli avvocati
il compito di inventare cavilli, appena quindici giorni dopo
la morte di Alina era andato lì con i buoi e l’aratro e il
servo, deciso a seminare lui stesso, con le sue stesse mani, il
grano. Perché se gli riusciva di seminarlo prima dell’alba, di
nascosto, senza che nessuno se ne accorgesse, non sarebbe
stato facile contestare il suo diritto di primo occupante, secondo
il costume di Ordena. Poi avrebbe fatto il resto con
calma. Il pensiero di farla in barba al conte Scarbo gli metteva
allegria. Si sentiva come quando andava a caccia di frodo
e aspettava che il cinghiale scendesse a bere nel Laritza al
chiaro di luna. Aveva lasciato il servo accanto al calesse e
aveva spinto avanti i buoi. Li spingeva avanti col pungolo,
scuotendo le redini di crine. Poi aveva piantato il vomero
nella terra dura e secca al limite del campo. I buoi faticavano,
e lui doveva liberare il vomero a ogni passo e tornare a
piantarlo. Anche quella volta il tempo stava per cambiare,
ma intanto, finché non pioveva, il terreno era duro. Era difficile
anche che il grano nascesse. Quando ecco, con un
tuffo al cuore, aveva visto tra la nebbia del mattino, suo zio,
Massimo Scarbo, fermo ad aspettarlo con la mantella e il
cappello nero. Qualcuno lo aveva avvertito e lui era lì e si
appoggiava con tutte e due le mani al bastone di ginepro come
a una spada, e aspettava a testa alta, fiero, riconoscibile a
distanza, malgrado la nebbia, per quella sua indomita fierezza.
E lui s’era sentito venir meno e si vergognava della propria
paura. Aveva pensato che sarebbe bastato tracciare il solco
e venirsene via. Era quasi uno scherzo, una beffa; ma dal
momento che suo zio era lì ad aspettarlo, non poteva tornare
indietro, e lo scherzo diventava una cosa seria. Dopo un
momento di esitazione, aveva di nuovo scosso e ripiantato il
vomero spingendolo col piede e aveva dato col pungolo nella
coscia dei buoi. Forse (ci aveva pensato più tardi, con
pietà per il vecchio e con vergogna per la violenza commessa,
solo più tardi, pur continuando a cercare cavilli e pretesti
legali) sarebbe stato meglio fermarsi e parlare, e cercare altre
vie coperte e astute per raggiungere il fine. Non si trattava,
in fondo, di togliere il pane di bocca a nessuno, ma solo di
prendersi un pezzo di terra, o meglio riprenderselo, perché i
De Luna vantavano su quella terra diritti più antichi degli
Scarbo. Ci si poteva intendere, col vecchio, a costo di lasciarsi
trattar male una volta di più. Ma invece aveva spinto e
pungolato i buoi fino a farli scalciare dal dolore, e il vecchio
vedendoseli venire addosso s’era levato la mantella e aveva
preso ad agitarla per spaventarli. Ripensandoci Timoteo De
Luna rivedeva la scena: i buoi che si divincolavano sotto il
giogo scalciando ai colpi di pungolo e di frusta, e suo zio che
sbatteva sul muso delle bestie la mantella arrotolata, senza
usare il bastone di ginepro. Avrebbe potuto colpire col bastone
le bestie, ma si limitava a colpirle con la mantella, gridando
parole assurde, sfogando la sua ira contro di lui. Aveva
ricordato il figlio morto, aveva detto che se il figlio suo,
Giacomo, fosse stato lì con lui, lo avrebbero buttato a pedate
di là dal fiume, ma che essendo solo doveva accontentarsi di
lasciarlo tornare a casa con le sue gambe. E aveva gridato
non sapeva più che cosa di Roma e degli antichi romani, e
che lui su quel solco ci avrebbe pisciato. E altre parole che
dovevano essere certamente ingiurie, gridate con una violenza
inaudita. […] il servo […] era stato testimone:
e aveva visto anche quello ch’era avvenuto dopo,
che era anche peggio, quando, a un certo punto, siccome
la durezza del terreno non permetteva ai buoi di procedere,
lui, Timoteo, aveva sganciato la catena dell’aratro e,
avvoltosi al polso le briglie di crine aveva spungolato e frustato
a sangue i buoi che, con un balzo, avevano travolto il
vecchio e trascinato lui in una corsa pazza giù per la scarpata.
Quando poi, succhiandosi il sangue del polso fiaccato,
era risalito di nuovo fino al campo, lo aveva trovato per terra
svenuto e aveva chiamato a gran voce il servo che fingeva di
non aver visto nulla; e insieme lo avevano portato fino al calesse,
che sembrava morto; poi col calesse, passo passo, da
solo, lo aveva portato a casa, e lungo il tragitto finalmente il
vecchio s’era riavuto. Non avevano scambiato parola; e mai,
neanche in seguito, avevano parlato di quell’incontro disgraziato,
pur continuando a contendersi con accanimento le
terre per via legale.

Da Paese d’ombre: Le due mogli di Angelo Uras.
La breve parabola di Valentina Manno si conclude tristemente nel corso di soli diciotto anni, quando la giovane sposa di Angelo Uras muore dissanguata dopo il difficile parto della piccola Maria Cristina. Minuta, bruna, attiva e capace, piena di iniziativa e capace di ribellarsi alle regole non dette della piccola società di un paese del Campidano, Valentina è artefice del proprio destino: è decisa ad affrontare, ancora quasi una bambina, una nuova vita piena di responsabilità come padrona di casa, moglie e futura madre, ignara del destino che l’aspetta.
Decisamente agli antipodi la figura di Margherita, seconda moglie di Angelo: fredda e aristocratica, altera e superba, incapace di amare veramente e con abbandono, la donna non riuscirà a conquistare per il intero il cuore del marito, che la stima e la rispetta, ma che in cuor suo rimpiange Valentina. I due matrimoni nascono infatti da diverse e antitetiche aspettative: il primo all’insegna dell’amore e della passione; il secondo seguendo razionalmente l’opportunità di una tranquilla convivenza per entrambe le parti, senza trascurare che le nozze offrono l’occasione di unire due grandi patrimoni terrieri.

Dalla Parte seconda e terza
Angelo Uras, che cominciava già a radersi i baffi, andava in casa di comare
Verdiana per guardare dal loggiato Valentina Manno, una brunetta
di diciassette anni che abitava, con le sue sei sorelle, al di là della Fluminera. […]
Il frantoio del signor Manno era in piena attività; Valentina
aveva dovuto lasciare telaio e navetta per badare ai manometri
delle presse idrauliche, e fu lì che la trovò Angelo un
sabato che andava a portare le olive. Si affacciò e, attraverso
il fumo che ingombrava il vasto locale, la vide seduta su di
un alto trespolo accanto al manometro dell’ultima pressa ancora
in funzione. Teneva i piedi, calzati di pantofole di velluto
verde, raccolti sotto di sé e appoggiati col tacco alla traversa,
gli occhi attenti alla lancetta che tremava sul quadrante
bianco e pareva tutta tesa nello sforzo di raggiungere a ogni
colpo di pistone il puntino rosso che segnava il limite massimo;
[…] Fantasticava. Ripensava a come l’aveva accolta suo
padre al ritorno da Balanotti. Si era aspettata di essere sgridata,
forse picchiata e invece niente: era rimasto zitto, poi si era
messo a singhiozzare. Aveva sentito i suoi singhiozzi mentre si
allontanava. Non l’aveva sgridata, ma non l’aveva nemmeno
accolta affettuosamente; e lei aveva bisogno di qualcuno che
l’abbracciasse, che la consolasse. Per questo se n’era andata
da Sofia e si era lasciata mettere a letto. Da quella mattina non
aveva più deciso niente, aveva lasciato che le cose accadessero.
Non le sembrava possibile che fosse davvero accaduto tutto
ciò ch’era accaduto, ciò che stava accadendo. Non aveva
idea di come si sarebbe svolta la cerimonia; ma si sarebbe
svolta e alla fine lei e Angelo sarebbero usciti dalla chiesa marito
e moglie, e quella notte, mentre fuori nevicava, avrebbero
dormito nel grande letto matrimoniale che Sofia aveva preparato,
con le lenzuola e le federe orlate di pizzo. […]
Rimase sola in casa, distesa, immobile. A intervalli, le fitte si
ripetevano: era come se un coltello le squarciasse il ventre dall’inguine
all’ombelico. Se ci fosse stato qualcuno avrebbe chiesto
aiuto, pur sapendo che non c’era niente da fare. Se Angelo
fosse stato vicino a lei le avrebbe tenuto la mano, e lei si sarebbe
sentita più forte. Ebbe la tentazione di alzarsi, di chiamare a
gran voce le sorelle dalla finestra: avrebbero certamente sentito,
ma poi decise di no. Era meglio aspettare, non c’era nessuno
che potesse alleviare quei dolori: erano lo scotto che doveva
pagare, il prezzo dell’amore goduto. Cercò di concentrarsi
in questo pensiero e ne ebbe sollievo. Quando la doglia stava
per arrivare lei la sentiva, si concentrava in se stessa, le mani
incrociate sul ventre: non gridava, non gemeva, stava zitta, immobile.
[…] Valentina dormiva ancora, così le parve. Vide il suo
profilo infantile e il viso pallidissimo. Le sfiorò i capelli. Aveva
le labbra socchiuse e sorrideva. Né il petto né i capelli si muovevano,
come se non respirasse; la sua immobilità era irreale
come la sua bellezza. Barbara non aveva visto mai Valentina
così bella e non poté resistere alla tentazione di toccarla e di
baciarla: ma come la sfiorò ebbe un brivido di orrore. Era gelida.
[…] Valentina, che fino a pochi giorni prima non mostrava i
suoi diciotto anni, ora, nella morte, sembrava una bambina.
Le misero il suo abito di nozze color tortora e la composero
giù, nello studio di Don Francesco. Tra le mani incrociate sul
petto, teneva il piccolo rosario di madreperla.

[…] C’era anche Margherita Fulgheri, che la sera prima non
aveva preso parte alla cena. Era venuta, timidissima e altera, a
scusarsi di essere mancata, e portava in dono dodici tovaglioli
di tela finissima. Indossava un vestito di seta che era appartenuto
a Donna Fernanda, molto simile al vestito di nozze di
Valentina, e, sotto la gola, una spilla di diamanti. Margherita
aveva lunghi denti cavallini, che non guastavano la grazia delicata
del suo sorriso. Aveva vent’anni ed era un poco più alta
di Valentina, ma non era bella come lei, e lo sapeva. Sapeva di
non avere seno, di avere i fianchi stretti. Ciò che non sapeva
era che il suo corpo magro e ossuto aveva un particolare fascino,
e che nei suoi occhi brillava una luce di tenerezza e di
simpatia in contrasto con i suoi modi e perfino con i suoi più
intimi pensieri. […]
Margherita non aveva mai pensato all’amore, sapeva che
l’amore esisteva, ma se ne riteneva immune. A lei bastava l’affetto
del padre, della sorella, del fratello. L’amore, legato all’idea
del peccato era, per lei, qualcosa che riguardava gli animali
e la gente del popolo, o anche gli aristocratici dei ranghi
più alti, come i sovrani, che dovevano assoggettarvisi per la
conservazione del nome e della dinastia. In questa confusione
di idee e di sentimenti, si era insinuata la simpatia per Angelo,
uomo del popolo, ma che lei metteva al disopra degli
altri. Non faceva nulla per vederlo, ma vederlo era diventata
un’abitudine. Così sentiva la mancanza del giovane vedovo,
quando questi non trovava il tempo di andare a trovarla, si lasciava
portare in groppa come una fidanzata o una sposa, e
attraversava l’intero paese, da Sant’Antonio a Seddanus cingendogli
la vita col suo braccio sottile. […]
Sapeva come, diversi anni prima,
aveva pensato di sposare Valentina. Valentina l’aveva vista crescere
sotto i suoi occhi, se n’era innamorato, l’aveva sentita
parte della sua stessa vita fin dal primo momento, così come,
dopo, una parte della sua vita era morta con lei. Di Margherita
invece non poteva dire di essere innamorato; o forse quello
che provava era un amore diverso. C’era in lei qualcosa che
lo attraeva e lo faceva fantasticare, forse la sua persona sottile
e forte, lo sguardo fermo e altero che, a volte, si accendeva di
dolcezza, e certi particolari che doveva rivedere ogni giorno
per ricordarsene: le lunghe mani aristocratiche dalle dita un
poco nodose, e quella gracilità bisognosa della protezione
che lui poteva darle. […]
Non ci capiva niente. Non era capitato una volta,
in tanti anni di matrimonio, che fosse riuscita a indovinare i
suoi pensieri, le sue preoccupazioni; non capiva nemmeno
quando lui glie ne parlava. Povera Margherita! Non aveva mai
conosciuto l’amore, quello che nella donna alimenta la grazia,
la sensibilità e l’intelligenza.

Da Introduzione alla vita di Giacomo Scarbo: Le due mogli di Massimo Scarbo.
Le figure delle due mogli di Massimo Scarbo si intersecano e si inseguono lungo tutta la narrazione. Le due donne sono decisamente agli antipodi: Joséphine de la Haye, prima moglie del conte Massimo Scarbo e madre indimenticata di Giacomo, è una donna di mondo, alta, elegante e sicura di sé ed ha accumulato nel corso della sua breve vita una serie di esperienze diversificate, quasi leggendarie nel mitico ricordo del piccolo orfano. Originaria del Belgio, la donna ha viaggiato a lungo col marito, con cui amava andare a caccia (aveva una mira eccezionale) ed era amata da tutta la servitù.
Tale pesante eredità pesa sulle spalle di Alina, la seconda moglie, miope e timida, piena di paure e di fobie. La giovane donna si sente piccola e insignificante paragonata a colei che l’ha preceduta e vive quasi con un colpevole senso di usurpazione la vita accanto ad un uomo che crede ancora legato a Joséphine. Alina trascorre la sua breve esistenza con il conte Scarbo senza mai abbandonare l’idea di aver perso in partenza il confronto con la prima moglie, convinta di essere inadeguata nel suo ruolo di sposa e di contessa.

Dalle Parti I, IV, VI, XIII
Il ritratto era appeso al muro, sopra la testata del letto.
Il ragazzo conosceva altri ritratti di sua madre, o meglio fotografie,
ma quello era il ritratto vero. Guardandolo, si ricordava
ogni volta di una stampa, vista in casa di Pierangelo
Uras, nonno dei suoi cugini e amici Alicandia, la quale rappresentava
una ragazza nuda legata alla bocca di un cannone.
Joséphine de la Haye, sua madre, portava un lungo vestito
accollato, a giacca, come usano le signore per montare
a cavallo, ma il viso somigliava stranamente a quello della
ragazza legata al cannone, e i suoi occhi, come quelli della
ragazza, sembrava guardassero ansiosamente le persone
che entravano nella stanza e le seguissero. Quando Giacomo
si metteva in piedi accanto al tavolino sul quale era lo
specchio, solo allora gli occhi del ritratto non lo guardavano,
fissi a una macchia della parete di fronte o forse a qualcosa
che essi soli vedevano.
[…] Il ragazzo pensava che anche Alina, la sua giovane
matrigna, doveva provare la stessa perplessità di fronte al
mistero di quel mondo nuovo, e capiva la sua repugnanza
a venire ad Olaspri, a restare sola nella Casa dei Noci. Alina
si oscurava quando il babbo staccava dal muro il fucile
e si preparava a partire per un giro nel podere e faceva
un cenno a Giacomo, Alina impallidiva alla prospettiva di
restarsene lì sola sola ad aspettare. Il suo sangue cessava
di scorrere nelle vene, anche se non diceva niente per impedire
che accadesse ciò che doveva accadere. E con gli
occhi spalancati e le labbra strette guardava il marito che
passava il pollice sotto la cinghia del fucile aspettando
con impazienza che Giacomo fosse pronto. E quando rispondeva
al saluto, dalla soglia della porta, la sua voce
sembrava invecchiata. Era molto più giovane del babbo,
Alina, eppure sembrava una piccola vecchia impaurita.
Era certamente molto più giovane di sua madre, morta
quando lui, Giacomo, aveva appena tre anni, e quando lui
era nato doveva essere poco più che una ragazzetta.
[…] Poi venne Alina, apparve leggera, con la vita sottile, il collo sottile,
la grande massa di capelli, e scese, reggendosi con una mano la gonna,
senza fretta, la scalinata, e fece con le mani aperte, senza scostarle
dal corpo, un gesto di saluto impacciato, sorridendo timidamente.
[…] Alina pensava, ma dietro a questi pensieri se ne celava un altro,
dietro a questa ripugnanza se ne celava un’altra che lei sola
conosceva, qualcosa di cui non avrebbe mai potuto parlare
con nessuno e che lei stessa solo da poco aveva scoperto:
ripetere ciò che l’altra aveva fatto per prima, riempire
il vuoto che l’altra aveva lasciato, sopportare un
confronto. Ed era a Olaspri, quando aveva visto il ritratto
di Joséphine de la Haye, che aveva capito quanto ancora
fosse presente e viva nel cuore di Massimo. Lì soprattutto
l’aveva sentito e se ne era resa conto, perché il silenzio e
la solitudine di Olaspri che cos’altro erano se non il silenzio
e la solitudine che Massimo aveva cercato come rifugio
alla propria disperazione? Era quell’altra che contava,
non lei; come di quell’altra era anche il titolo di contessa,
di cui lei arrossiva. […]
È il pensiero costante di Joséphine, che stette in
quella casa di Ordena assai meno di quanto già non ci sia
stata lei, quando venne sposa, ma che occupa nel cuore
del marito un posto ben più importante del suo, venuta
dopo, accolta per ripiego, per disperazione. Alina ricorda
con precisione tormentosa l’arrivo a Ordena della moglie
forestiera di Massimo Scarbo, la visita che suo padre e la
sua matrigna Blesilda fecero al conte e alla contessa. Blesilda
portava una mantiglia nera, file di perline le ornavano
il vestito di seta lungo e frusciante, e suo padre la riparava
con il grande ombrello che portava quando usciva
in calessino per le visite ai malati. Perché pioveva a dirotto
da giorni e giorni. Dalla gronda quella goccia, lei se la
ricordava bene, cadeva sulla foglia con la stessa frequenza
di ora. Lei era una ragazzina con le trecce sulle spalle,
e tutto la interessava e la divertiva, anche i particolari della
casa, oltre che gli abiti delle signore, e il conte, che baciava
la mano a Blesilda, e anche quella foglia. Non le
era sfuggito nulla. Come avrebbe potuto immaginare che,
dodici anni più tardi, si sarebbe trovata al posto di quella
signora dai capelli biondi, moglie del conte Scarbo? Ci si
era messa, al suo posto, solo per giuoco, per fantasia, si
era immaginata di essere lei la signora che il conte presentava
agli ospiti – non Massimo, ma il padre, che a
quel tempo era ancora vivo, don Raimondo Scarbo. Il
vecchio rideva nella gran barba cingendo con il braccio
le spalle di Joséphine. Lei era alta, con i capelli di un
biondo rossiccio, e aveva gli occhi verdi, di un colore
mai visto. E lui, Massimo, aveva preso la stessa aria forestiera
di lei, ma era un poco più piccolo di statura e bruno.
Sembravano tutti e due stranieri, appartenevano a un
mondo lontano, dove tutto era più agevole, e da dove
erano venuti soltanto per una breve visita al vecchio conte.
Da allora lei non l’aveva più vista; ma le era rimasta
impressa l’immagine della giovane donna vestita ancora
da viaggio, la borsa di pelle a tracolla, nell’atto di sfilarsi i
guanti dalle lunghe dita bianche. Era appena passata per
Ordena, per Olaspri, aveva lasciato appena un profumo,
qualche ritratto, era un’ombra nel ricordo della gente. Ma
tanto più grande e profondo durava l’amore di Massimo.
Era stata lontano di là, la sua vita, con Joséphine.
Ora lei non pensava quasi ad altro, da qualche tempo,
da quando il silenzio del marito cominciava a pesarle.
Anche di notte pensava a quella donna, della quale, lei
così diversa, portava quasi il nome: Aline... Joséphine... la
contessa Scarbo.

Da Il disertore: Il dottor Urbano Castai.
Con il dottor Urbano Castai Giuseppe Dessì disegna, ancora una volta, la figura di un uomo concreto, libero dalle pastoie della società, indifferente alle apparenze e alle chiacchiere di paese. Brillante, finemente dotato riguardo a capacità diagnostica, aveva rinunciato senz’altro ad una carriera prestigiosa per scegliere la professione di medico condotto in un piccolo centro campidanese, privilegiando una tranquilla vita in campagna, a contatto con la natura, preferita alla stima e alla considerazione dei suoi colleghi (ben diverso, quindi, dal personaggio descritto in un’analoga situazione nella novella La cometa in Lei era l’acqua, in cui le scelte del protagonista erano dettate da un pavido opportunismo). Lievemente eccentrico, quindi, nel giudizio della gente, che lo ritiene un po’ troppo incline agli eccessi di vario genere, dalla politica all’alcool, Urbano Castai è semplicemente un uomo indipendente, colto e intelligente: è l’unica persona con cui prete Coi, suo amico fin dai tempi del ginnasio nonostante le diversità ideologiche e le differenti scelte di vita, sente di potersi confidare, a causa delle sue indiscutibili doti di umanità e l’indubbio senso di giustizia.

Dal Capitolo XXVI
Urbano Castai era noto per le sue stranezze, anche se, come
medico, godeva della massima stima. Subito dopo la laurea
era stato assistente del primario dell’Ospedale di Santa Restituta,
il quale era anche docente di chirurgia all’Università. Molti
medici, che avevano frequentato i corsi a quel tempo, se lo ricordavano,
ancora giovane, davanti al tavolo operatorio, accanto
al professore, che lo trattava più come un collega che come
un discepolo. Tutti giuravano che avrebbe finito per
prendere il posto del vecchio maestro. Invece, di punto in
bianco il giovane chirurgo aveva rinunciato. Aveva abbandonato
l’Università, l’Ospedale, il maestro, e aveva accettato la condotta
di Ruinalta, da dove non si era più mosso, e dove stava
cominciando a invecchiare. Nell’ambiente medico, anche molti
anni dopo, si continuava a parlare di quella brillante carriera
interrotta in un modo così inaspettato. Nessuno era mai riuscito
a darsene ragione. Era stato certamente un momento di pazzia.
Ma lui, Urbano Castai, non aveva rimpianti. Aveva sposato
la figlia di un benestante, aveva messo al mondo una mezza
dozzina di figli, andava a caccia, si occupava di agricoltura. Negli
ultimi anni aveva impiantato il frutteto, che era uno dei più
belli della zona. Continuava ad essere un ottimo diagnostico, e
i vecchi colleghi lo chiamavano per i consulti anche dalla città;
ma, come chirurgo, operava solo nei casi di urgenza. I maligni
dicevano che la sua mano non era più ferma come un tempo, a
causa dell’alcool. Ma non era vero, anche se era vero che beveva.
Il chirurgo è uno specialista, e lui non era che un empirico.
Si era ritirato. Così diceva. Ma se poi gli capitava di dover operare,
era sempre quello di una volta. A Cuadu e a Ruinalta spiegavano
tutto col bere: bravura e stranezze, ma nessuno gliene
faceva una colpa, all’infuori di poche autorevoli persone alle
quali non era simpatico a causa delle sue idee politiche. Perché
si diceva che fosse un anarchico, un ateo, un materialista.
Ma non era vero nemmeno questo, a meno di non voler dare
alla parola anarchico un significato molto vago, anzi impreciso
e addirittura antistorico. Urbano Castai era un uomo d’ordine
che non accettava l’ordine che si era stabilito in Italia dopo il
1860. Era un uomo d’ordine che continuava a sognare, a vagheggiare
un altro ordine: era un repubblicano, un mazziniano
puro, senza compromessi; ma ce n’era abbastanza per essere
considerato un anarchico dai frequentatori del Circolo di lettura
di Cuadu o di Ruinalta. Era, come lui stesso amava precisare,
un “tuveriano”, riferendosi, non senza una punta di malizia, a
Giovan Battista Tuveri, il filosofo di Collinas, di cui i conterranei
avevano perduto la memoria e di cui, diceva lui, si era perduto
anche il seme. L’opera postuma di questo dimenticato,
Del diritto dei popoli a rovesciare i cattivi governi, era stata
stampata a spese di Urbano Castai e di un gruppetto di amici
suoi negli anni lontani della giovinezza. Ora però la sua attività
pubblica si riduceva all’amministrazione del Monte granatico,
la piccola banca agricola di cui aveva aumentato il capitale fino
alla cifra, mai raggiunta, di centocinquantamila lire. La politica
era stata una esperienza giovanile, di cui parlava con distacco e
con un certo scetticismo; e solo dopo che aveva bevuto l’antica
passione lo riprendeva. La fama di anarchico, di eversore di
governi, di mangiapreti, e anche di sottaniere, era giustificata
da certe improvvise sfuriate che la buona gente metteva in relazione
con i bicchierini di filu ferru o di malvasia che si scolava;
fama assai diffusa, che nemmeno la sua vecchia amicizia per
don Pietro Coi poteva smentire. Don Pietro era il solo prete
che egli avesse mai frequentato e che considerasse un uomo
come tutti gli altri, e il solo che non fosse mai riuscito a scandalizzare.
Era un’amicizia che risaliva agli anni del ginnasio. Niente
aveva potuto alterarla, né gli studi diversi, né la diversità delle
opinioni. Dopo il ginnasio erano andati ognuno per la
propria strada, ma avevano sempre continuato a frequentarsi, a
discutere, a litigare, a fare assieme lunghe battute di caccia, durante
le quali potevano anche fare a meno di parlare. In comune,
a giudicarli dalle apparenze, avevano solo la passione della
caccia e dell’agricoltura, e una innata avversione per la vita cittadina,
che li aveva portati entrambi a rinchiudersi in quei due
piccoli centri. Ma gli argomenti delle lunghe discussioni, che a
volte si accendevano tra loro con giovanile furore quando erano
soli, sarebbero riusciti incomprensibili alla maggior parte
delle persone tra le quali si svolgeva quotidianamente la loro
vita. Allora, senza bisogno di bere filu ferru o malvasia, parlavano
di libri, di politica, di religione, o anche, più pacatamente,
del frutteto, dell’orto, o del Monte Granatico di Ruinalta.