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Modulo III - Lo stile

La poetica

Molti critici tendono a suddividere l’opera di Giuseppe Dessì in due parti distinte: gli scritti giovanili, vale a dire i racconti d’esordio e il primo romanzo, San Silvano, inclinerebbero verso una vena intimistica, contrassegnata da divagazioni sul passato e sulla memoria, tale da far coniare per lo scrittore la definizione di “Proust sardo”. La produzione narrativa e teatrale successiva, di cui fanno parte i romanzi più celebri, Il disertore e Paese d’ombre, sarebbe improntata, viceversa, alla ricerca di un certo realismo e da un maggiore dinamismo nello svolgimento delle vicende.

Una più attenta riflessione, tuttavia, potrebbe sfatare questa diversificazione, tenendo conto per esempio del fatto che i personaggi, sovente ispirati a figure reali e a esperienze autobiografiche, si inseguono da un’opera all’altra, cambiando magari nome, ma mantenendo intatte diverse peculiarità. Inoltre l’ambientazione è sempre il paese natale dell’autore, Villacidro, le campagne e i paesi circostanti. Per quanto al nome autentico si sovrappongano numerosi toponimi fantastici, San Silvano, Ordena, Ruinalta, Tula, Cuadu, Norbio, il piccolo centro campidanese ai piedi del monte Linas è l’abituale scenografia entro la quale si svolgono quasi tutte le vicende dessiane.

Un’altra caratteristica comune a molte opere è l’accurata ricostruzione storica che fa da sfondo alle vicende, al punto che i principali eventi della storia, soprattutto sarda, dell’Ottocento e del Novecento, in particolare i conflitti che in qualche modo hanno coinvolto l’Italia e la Sardegna, emergono nel corso della narrazione: è il caso soprattutto di Paese d’ombre, che non è azzardato apostrofare come un vero e proprio romanzo storico. Altre volte gli avvenimenti storici danno spunto ai racconti stessi, come per esempio Il disertore e, almeno parzialmente, I passeri.

In molti narrativi risulta evidente la concezione della storia di Dessì, il quale, come sottolinea Sandro Maxia, ha maturato nel corso del tempo una coscienza pacifista e antimilitarista, fortemente impregnata della ideologia del sardismo democratico e influenzata per esempio da Lussu, a cui dedica alcune belle pagine. L’atteggiamento critico di Dessì nei confronti delle istituzioni sabaude prima e italiane in seguito, emerge a più riprese, specie riguardo alla famigerata Legge delle Chiudende e di tutti quei provvedimenti tesi a sfruttare la Sardegna come una colonia, piuttosto che a valorizzarne le risorse.

Nonostante la costante attenzione verso la storia, lo stesso Dessì ha implicitamente negato che il suo obiettivo sia il realismo tout court: “Il lettore mio ideale dovrebbe sentire, al di là della più rigorosa precisione della mia immagine, il desiderio fantastico di ripensarla”, afferma lo scrittore. Vale a dire che le azioni non devono essere recepite in sé e per sé, in modo assoluto, ma “dai diversi punti di vista da cui l’occhio dello scrittore e del lettore li guardano, e dai mille possibili taciuti punti di vista”. Il tutto non disgiunto dalla rappresentazione di una certa Sardegna mitica e da una sorta di fatalismo, visione comune, come è stato acutamente evidenziato da Giuseppe Marci, alla Grazia Deledda di Canne al vento e al Salvatore Satta de Il giorno del giudizio.

Riguardo allo stile di scrittura, l’autore oscilla tra l’uso della prima persona, nelle opere in cui prevale l’atteggiamento lirico e intimista e il narratore onnisciente, utilizzato nella maggior parte dei romanzi. La sua indecisione sulla modalità narrativa da preferire è evidente nell’opera inconclusa e rimasta in fieri, La scelta, che alterna parti chiaramente autobiografiche a capitoli raccontati da un narratore esterno; in Michele Boschino, invece, il dualismo è intenzionale e scaturisce da un’esigenza di frammischiare soggettività e oggettività allo scopo di rappresentare con ogni sfaccettatura la storia di uno sfortunato contadino sardo, ispirata da una vicenda autentica.

Insignito del Premio Bagutta nel 1962 per Il disertore e del Premio Strega nel 1972 per Paese d’ombre, Dessì è ormai consacrato a pieno titolo come un grande romanziere del XX secolo: uno scrittore inquieto, spinto alla creazione letteraria dall’esercizio costante del dubbio, insoluto, su cosa regoli il comportamento umano, in limine tra caso e volontà, tra normalità e pazzia, tra fatti accidentali e necessari, fra senso di colpa e affermazione della propria personalità. Atteggiamento filosofico e tolstojano, come sottolinea Anna Dolfi, una delle più attente indagatrici della poetica dessiana. Proprio all’autore russo Dessì si richiama sino agli ultimi anni, in particolare un’edizione di Guerra e pace, chiosata a margine con pensieri e riflessioni personali o altrui, come per esempio un’affermazione di Tucidide, secondo cui “la felicità consiste nella libertà e questa nella grandezza d’animo”; l’autore villacidrese, infatti, privilegerà alla fine le letture storiche e segnatamente il prediletto Giucciardini che più compiutamente di altri soddisfaceva la sua natura politica alla quale un uomo attivo nella società civile non può, né deve sottrarsi.