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Modulo III - Lo stile

La storia

Pur non configurandosi come veri e propri romanzi storici, molti dei narrativi di Giuseppe Dessì vantano una ricostruzione della realtà attenta e verificabile. Difatti, molte delle opere, pur non avendo come obiettivo finale il racconto storico in sé, si sviluppano tuttavia entro un contesto determinato in cui i protagonisti agiscono e interagiscono. Più che al riordinamento degli eventi storici tout court, l’autore sembra interessato a recuperare la memoria del passato attraverso i suoi personaggi, con un evidente viluppo autobiografico che insiste in molti dei suoi racconti; gli avvenimenti reali, salvo qualche eccezione, fanno comunque almeno da sfondo ad ogni vicenda dessiana, in modo più o meno pregnante.

Paese d’ombre, peraltro, il suo romanzo di più ampio respiro, ritenuto quasi unanimemente il suo capolavoro, si più propriamente definire come un romanzo storico; si tratta infatti quasi di una saga familiare che, seguendo le vicende del protagonista Angelo Uras dall’infanzia fino alla morte, giunta in età avanzata, offre l’occasione di dipingere un affresco della Sardegna a cavallo fra il XIX e il XX secolo e di accennare ad alcuni degli eventi che hanno segnato il destino dell’isola. Ad esempio, Dessì, per bocca dei suoi personaggi, afferma senza mezzi termini che “La legge delle chiudende aveva creato forzosamente la proprietà privata, distruggendo l’equilibrio della vita comunitaria e dando luogo all’insanabile dissidio tra contadini, divenuti improvvisamente proprietari e i pastori costretti al nomadismo, sempre in cerca di un pascolo per il branco affamato, quel branco che era la loro unica risorsa e che erano pronti a difendere a qualunque costo”; come molte altre personalità isolane sembra quindi collegare questa disastrosa legge all’insorgere della piaga del banditismo.

L’autore, inoltre, accoglie la tesi della piemontesizzazione, cioè dell’imposizione obbligata del modello sabaudo sull’intero territorio italiano all’indomani dell’Unità, che si rivela cinicamente, a onta della magniloquenza patriottica e della demagogia istituzionale, un mero allargamento dei territori di Vittorio Emanuele II: “si trattava della unificazione della burocrazia dei diversi stati italiani, soltanto della unificazione burocratica; perché l’unità vera, quella per la quale tanti uomini si erano sacrificati, si sarebbe potuta ottenere soltanto con una federazione degli stati italiani”. Il Re è colui che sequestra i figli degli altri come un giogo di buoi e li manda a morire oltremare, senza che povere mani addolorate possano neanche ricomporre i loro corpi per la pace eterna. Il Re è colui che, per ripagarsi le proprie guerre di conquista, triplica di colpo il carico fiscale, affamando i sudditi e abbandonandoli alla mercé degli usurai e degli esattori e che impone anche ai meno abbienti il cosiddetto focatico, una tassa medioevale, quasi una gabella perché si sta al mondo. Lo Stato è quello “della tassa sul macinato e di Dogali, che possedeva soltanto di nome indipendenza, unità e libertà”, governato da una classe politica incompetente e corrotta che porterà l’Italia verso il tracollo della guerra e della dittatura.

Uno dei momenti di maggiore intensità narrativa del romanzo è poi il drammatico racconto dei moti di Buggerru del 1904, attraverso la vicenda di un personaggio di fantasia, Sante Follesa, il quale rende con grande verosimiglianza i tragici fatti che sconvolsero il Sulcis nel primo scorcio del XX secolo. Si eleva forte, inoltre, da parte dei sardi che si sentono colonizzati essi stessi, il sentimento di solidarietà nei confronti delle popolazioni sotto il giogo dalle grandi potenze europee in preda alla seconda fase della colonizzazione, che ha operato degli scempi inverecondi. Altrettanto sensibile il sentimento di diffidenza nei confronti della partecipazione alla Grande Guerra, con le truppe mandate allo sbando senza un vero addestramento ed un’autentica motivazione. Si spiega in questa chiave il tormento del piccolo Marco Fulgheri (dietro il quale si cela lo stesso Dessì), il nipote di Angelo Uras, ormai anziano: il padre del bambino, militare di carriera, non si è potuto esimere dalla trincea, evitata invece dagli zii ed il ragazzino prova odio nei confronti di tutti coloro che stanno al sicuro, al riparo con le loro famiglie e non rischiano di sacrificare la propria vita come suo padre, che combatte anche per loro, perché mantengano il loro benessere.

Il tema del disagio dell’esercito, a causa dell’irresponsabilità e dell’inettitudine strategica dei quadri di comando nell’ambito del primo conflitto mondiale è trattato con maggior ampiezza ne Il disertore, tra le narrazioni più conosciute ed apprezzate del romanziere sardo. La vicenda personale di Mariangela Eca, privata di ambedue i figli da una guerra che si percepisce come ingiusta e di classe è intersecata alle vicissitudini di Saverio, “il migliore dei suoi figli”, disertore come tanti altri nel corso dell’eroico macello. Non diversamente dai soldati multiregionali di De Roberto ne La paura o dei dimonios di Un anno sull’altipiano di un altro grande sardo, Emilio Lussu, Saverio avverte la stanchezza nei confronti di una guerra che non ha voluto e di cui non conosce le ragioni e che ha causato, oltre le diserzioni, un enorme numero di ammutinamenti, automutilazioni, imboscamenti; comportamenti tutti tacciati di antipatriottismo e di disfattismo e sanzionati con il codice marziale, con il risultato di ottenere che tanti ragazzi fossero incarcerati e finanche giustiziati. Sempre ne Il disertore è affrontato di striscio il periodo del cosiddetto “biennio rosso” e del successivo avvento della dittatura: l’episodio dell’assassinio di Baldovino Curreli ad opera di una delle prime squadracce fasciste è raccontato con una tale asciuttezza e nitore descrittivo che si affida al lettore il compito di emozionarsi ed esecrare l’efferato gesto.

Proseguendo in ordine cronologico, un altro gravoso conflitto a cui si accenna soltanto ne I passeri è la guerra di Spagna del 1936, in cui perde eroicamente la vita combattendo contro i falangisti, Giacomo Scarbo, l’alter ego dello scrittore. La vicenda storica che fa da sfondo alla vicenda personale di Rita e Susanna, le due protagoniste femminili del romanzo, è tuttavia il terribile periodo successivo allo sbarco delle truppe angloamericane in Sicilia e quindi alla conseguente caduta del fascismo e all’oneroso armistizio dell’8 settembre 1943; si svolge in una Sardegna occupata dagli alleati, già in fase di ricostruzione, con i posti di blocco sulle strade e i soldati pieni dell’arroganza dei vincitori. Ancora una volta l’isola è soggiogata e i suoi abitanti sono costretti a subire la prepotenza dei nuovi conquistatori; non per niente Rita viene sedotta da un continentale e poi da un italoamericano e infine violentata da due soldati di colore. I toscani disonesti che deforestano, le società minerarie già quasi multinazionali, le vittime di guerra: i mali della Sardegna vengono sempre dall’esterno.