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All'ombra del Monte Linas

Al gran trotto passarono davanti alla croce delle missioni di Seddanus e presero la strada che, costeggiando le pendici di Monte Volpe,passa sotto la cascata Sa Spendula…La strada si fece più stretta serpeggiando sotto la volta compatta dei rami delle enormi querce e dei lecci secolari…” Questo frammento letterario dove si racconta di una passeggiata a cavallo, strappato alle pagine del romanzo Paese d’ombre di Giuseppe Dessì, con poche, asciutte parole, descrive l’essenza di una angolo di Sardegna ancora tutto da scoprire, dove l’isola del nostro immaginario, arida e color ocra, anche se bagnata dal mare più bello del mondo, si trasforma in un rigoglio di verdi foreste, scroscianti torrenti, selvagge cascate: è il massiccio del Linas, una sorta di mondo perduto fatto di graniti rosa, olivi secolari, civiltà dimenticate. E tutt’intorno alla montagna, un girotondo di paesini, dalla struttura urbana incomprensibile per chi viene da fuori e pensa di trovare la piazzetta con la chiesa e un castello e si trova invece di fronte un grumo di costruzioni in cui ci si può perdere facilmente alla ricerca di un “centro” che non c’è. Un angolo di mondo così lo può descrivere davvero solo chi ne ha vissuto, amato e compreso non solo l’esteriorità, ma anche l’anima: “Se tocco l’acqua della Spendula, so di che cosa è fatta quell’acqua, se prendo in mano un sasso, ho del sasso una conoscenza che arriva fino alla molecola, all’atomo” scrisse ancora Dessì, per evidenziare il senso di appartenenza che lo legava a questa terra. D’altra parte tutta la carriera dello scrittore, dalla nascita nel 1909 a Cagliari alla pubblicazione della sua prima opera, La sposa in città, e alla vittoria nel 1972 – cinque anni prima della morte – del Premio Strega per il suo capolavoro Paese d’Ombre, è contrassegnata da una coerenza rara, sottolineata ed apprezzata da molti intellettuali, anche se solo con difficoltà lo scrittore ha travalicato i confini della sua amata isola. Quel materiale letterario omogeneo eppure magmatico che Dessì utilizzò per i suoi racconti, proviene quasi tutto da un angolo della Sardegna sudoccidentale che nella trasposizione letteraria chiamerà Parte d’Ispi, sebbene sulle carte geografiche sia parte del Campidano, in provincia di Cagliari. Terra di miniere e di boschi, selvaggia e solitaria, dove non mancano le spiagge sconfinate e le scogliere tanto amate dai turisti, ma dove sono le montagna con le loro rocce consumate dalle ere geologiche, la ricchezza di specie vegetali endemiche ( se ne contano 45, tra cui il rarissimo Helicrysum Montelinasanum) e le spettacolari cascate ( quella del Muru Mannu è la più alta della Sardegna), ad attirare lo sguardo e il cammino del viaggiatore. Anche se non è certo frequente utilizzare un romanzo come guida, è proprio questo che vi consigliamo di fare: mettere nella borsa Paese d’Ombre di Dessì ( Oscar Mondatori) e scoprire come quello che vedremo, gli odori che sentiremo, i colori, le vibrazioni, tutto quello che serve a descrivere questo mondo aggrappato alla roccia, sia all’interno del libro. Il romanzo racconta la vicenda umana di Angelo Uras, nato contadino e divenuto piccolo possidente e quindi sindaco del suo paese, Norbio ( nella realtà Villacidro, paese dove l’autore trascorse buona parte della sua vita). La distruzione dei boschi per alimentare le fornaci delle fonderie, contro cui Angelo si batte, avvenne davvero, così come per prevenire le frane e le alluvioni si provvide a riforestare con i pini le colline sovrastanti il paese, come raccontato nel libro. A chi gli domanda perché abbia deciso di mettere a dimora proprio i pini e non le più utili querce, Angelo Uras risponde: “ Puliscono l’aria, fermano l’acqua e … non sono buoni da bruciare nelle fonderie!”. In Paese d’Ombre finisce anche il simbolo di Villacidro, il Lavatoio: “Una grande tettoia di stile liberty sorretta da sei colonne di ghisa adorne di ghirigori e di pigne, una decina di vasche con rubinetti e tubi di scarico e il serbatoio simile a quello degli abbeveratoi”. Nelle montagne tutt’intorno, poi, ci sono le vaste distese di ulivi: quelli verso il lago Leni ( artificiale, ma non privo di una solenne bellezza) diedero a Dessì lo spunto per creare Balanotti, l’uliveto secolare che riveste un ruolo importante nel romanzo anche perché, come dice Angelo, di quegli alberi si percepiva il silenzio, ma “ non come si percepisce il silenzio delle cose, ma come si percepisce il silenzio delle persone che stanno zitte e pensano”. L’emozione è ancora più grande se si va alla bella chiesa campestre di S. Sisinnio ( citata nel romanzo), circondata da immensi olivastri, tra i più grandi d’Europa. Se ne stanno lì “zitti a pensare” da almeno mille anni. Come le vere guide, il romanzo di Dessì descrive i piatti tipici, racconta la storia di questo territorio, tratteggia i tipi umani che sarà dato incontrare e che, anche se ora vestono con i jeans e circolano in auto piuttosto che col landò, sono ancora riconoscibili. Lo scrittore ci conduce nei luoghi più suggestivi, come la cascata Sa Spendula ( che affascinò anche D’Annunzio), di solito esile, ma in certi periodi dell’anno ricca d’acque “che spumeggiano tra le celidonie, gli oleandri e i grandi cespugli di rovo”.

La corrispondenza tra il paese, il territorio e la finzione letteraria è perfetta, cosicchè è difficile stabilire dove inizi uno e finisca l’altra. Era quindi naturale quasi doveroso, creare un Parco Culturale dedicato a Giuseppe Dessì, che ispirato ai Parchi letterari di altre aree, intende valorizzare un territorio che comprende, oltre a Villacidro, anche Arbus, Guspini, Buggerru, Fluminimaggiore e San Gavino, tutti collocati attorno al massiccio del Linas. Gli elementi di interesse non mancano: grotte, strutture di miniere, foreste, alberi secolari, musei, chiese campestri, un campionario di immagini, emozioni e sensazioni contenuto nell’opera del grande autore sardo che rimase fedele alla sua terra. E che rispondeva, a chi gli chiedeva per quale motivo avesse ancora una volta ambientato una sua opera in Sardegna: “ Perché, a parte le ragioni storiche e artistiche che richiederebbero un troppo lungo discorso, come ci insegnano Spinosa, Leibniz, Einstein e Merleau-Ponty, ogni punto dell’universo è anche il centro dell’universo”.

Autore: Marco Scataglini da I Viaggi di Repubblica del 27/05/2004