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Scrivere al confine: Il Disertore

La trama del romanzo è costituita da pochi ma significati fatti che si inseriscono in quadro di tematiche ben più vasto: in primo piano il dolore di una madre che ha perso i suoi due figli in guerra. Il minore Giovanni è morto in combattimento, Saverio il maggiore, dato per disperso, improvvisamente ritorna per morire nel suo ovile tra i monti dopo aver affrontato un lungo viaggio in seguito alla fuga dal campo di battaglia dove in un impeto d’ira aveva ucciso il suo capitano.

Questi avvenimenti sono rivissuti dopo quattro anni da che sono accaduti, attraverso la dimensione psicologica del dolore di Mariangela e il turbamento di Padre Coi che ha assolto Saverio dalla grave colpa e lo ha aiutato a nascondersi e curarsi tenendone celata, dopo la morte, la sepoltura. Il Sacerdote esercita da tempo la sua missione a Cuadu e Mariangela gli sbriga devotamente le faccende da quando egli aveva liberato Saverio dai vermi recitando dei versetti.

Un altro elemento della trama è quello relativo all’edificazione del monumento ai caduti che divide in due l’opinione pubblica del piccolo paese nel quale i fatti storici e politici in atto erano già vissuti in un clima ardente.
A far da sfondo i monti del paese e il paese stesso, Cuadu, il cui nome sembra alludere ad un posto solitario, nascosto, avvolto dall’ombra dei boschi; ed anche i fatti sono nascosti, ignoti ai più e conosciuti solo da Mariangela e Padre Coi, così come ignota è l’ultima dimora di Saverio nell’oscurità della capanna nell’ovile.

Il disertore, pubblicato nel 1961, rappresenta un punto di arrivo per l’autore, una sorta di sintesi tra i due principali elementi della sua arte: la memoria e la realtà. Qui l’universo di Giuseppe Dessì si presenta rinnovato, il tempo, oggetto della ricerca, è tempo ritrovato non più tempo perduto, la memoria elimina sempre meno la realtà e si assiste ad un mercato appropriamento della storia, una storia che è ancora intrisa di mito e di fantastico, che non ha completamento abolito gli elementi propri degli esordi dessiani. Ampio spazio è lasciato alla descrizione dei sentimenti, ma compare una consapevolezza dei tempi nuovi, più oscuri e ambigui dello stesso passato. E sempre nel rapporto con il corso della storia il romanzo esprime una profonda adesione alle cose, agli elementi della cronaca o agli stati d’animo dei personaggi.

Particolarmente marcata la vicinanza ai temi sociali e alla lotta civile in atto negli anni in cui si svolge la narrazione, in una Sardegna che sta vivendo un momento nodale della sua storia, intravede la possibilità di un cambiamento e nutre speranza per il futuro. Questi cambiamenti sono colti dall’autore, queste novità che si affacciano or ora nella situazione sociale e storica dell’isola sono registrate senza mediazioni in modo diretto: il funzionamento del Circolo di lettura “Regina Margherita”, la fondazione di un foglio separatista, il nascere di un sindacalismo che gravia attorno ai lavoratori, la fondazione di un fascio di combattimento, i comizi degli oratori provenienti da Iglesias, e così via. Tutti i fatti che concorrono a ridurre quel senso di isolamento e di preistoria che sembra caratterizzare l’isola e la inseriscono nel movimento più vasto e universale della storia proprio della penisola e del resto del mondo.

Un processo di universalizzazione sembra realizzarsi attraverso le riflessioni di Padre Coi: è il suo travaglio interiore che spinge verso considerazioni più ampie del caso contingente, quali quelle sulla guerra o sul dolore universale, e porta alla conclusione che Saverio non è colpevole della morte del capitano P. : “Perché questo soltanto l’uomo aveva a cercato, venendo da lui: liberarsi dal peso di quella morte. Si riteneva responsabile dell’atto che aveva colpito anche lui come una palla di fucile. Di quell’atto che faceva parte della battaglia. Che non era altro che un aspetto della follia alla quale non si sottraggono nemmeno coloro che non hanno voluto la guerra, che ci sono dentro loro malgrado”; e ancora “La colpa è di chi vuole la guerra, di chi non sa evitare la guerra”.

In Padre Coi il contingente (o locale in questo caso) non esclude il globale, la cultura specifica dell’uomo e del luogo non esclude il contatto-confronto con una cultura universale ed è solo in questa direzione di relazione tra interno ed esterno che si può svolgere l’analisi del rapporto fra le due forme culturali, quella tradizionale e quella che esprime la modernità.

I due termini (interno ed esterno) di questo confronto-scontro sembrano quasi mutare nel corso della narrazione per prospettive e dimensioni, pur mantenendo fermi alcuni punti nodali quali: la montagna vista ed identificata quasi come simbolo dell’interno per eccellenza, dell’isola e della sua natura di cui Mariangela sembra essere l’anima più vera; il paese quale luogo delle mutazioni: in esso giungono gli echi di fatti e di eventi nuovi, la sua vita è sconvolta prima dalla guerra e poi da tutte le conseguenze che questa ha portato, conseguenze negative che fanno rimpiangere le tranquille e sonnolente domeniche del tempo di pace: “tanti e così profondi erano stati i mutamenti che anche in quella piccola città la guerra e il dopoguerra avevano portato”.

Si tratta della tematica della mutazione propria della narrativa sarda che è qui come in tanti altri casi legata all’evento della guerra che colpisce anche Cuadu. La vita del paese è sconvolta da fatti che provengono dall’esterno e che la sua gente solo in parte capisce. E’ un microcosmo, che visto sotto un’altra prospettiva potrebbe rappresentare la Sardegna stessa che ha perduto il suo equilibrio, e il monumento che si vuol erigere in memoria dei caduti sembra quasi racchiudere in sé tale sconvolgimento. Il progetto di edificazione del monumento apre il racconto e la sua realizzazione lo chiude. Le prime righe del romanzo ci mostrano Mariangela estranea all’idea del monumento mentre alla fine la si lascia assorta nella contemplazione dell’opera realizzata; bisogna però sottolineare il fatto che la donna vede il monumento in modo totalmente diverso da come lo intendono gli altri, per lei è: “l’opposto di quello che erano le parole sulla Patria e l’olocausto, che odiava. Sapeva che i nomi sarebbero stati scritti sull’arca, non altro: il monumento era silenzio. Era la fine di tutti i discorsi, di tutte le sciocchezze che si ripetevano sui giovani morti”.

Mariangela vive in una dimensione a sé stante, sembra esclusa sia dalla dimensione universalizzante del sentimento a cui si rifà Padre Coi, sia dalle novità che incombono sul paese, la stessa guerra è per lei solo dolore per i due figli morti ingiustamente. Fin dalle prime pagine ci viene presentata come racchiusa nel suo muto, silenzioso dolore e negli spazi che al ricordo e al passato si confanno. Una sorta di assenza di storia, assenza di tempo presente, sembra pervadere questa figura femminile dando ampio spazio alla dimensione del passato rivissuto attraverso il ricordo contrapposto in positivo al presente: “Per tutti gli altri a Cuadu, compresi coloro che avevano perduto un figlio, un nipote o il marito, la fine della guerra era già lontana: tanti e così profondi erano stati i mutamenti […] Mariangela no. Lei non si era accorta e non si accorgeva che tutto fosse rimasto come quando i suoi figli si facevano uomini”; “Cuadu, il mondo intero, fin dove lei poteva arrivare a immaginarselo, era sempre come quando loro due l’avevano lasciata a piangerli”.

Per lei “solo il ricordo contava”. Anche i confini fisici del mondo in cui la donna si muove sono ben definiti, il suo luogo è quello della montagna nel quale sembra fondersi, quasi un’ombra nel buio tra gli alberi. Niente riesce a scuoterla neanche le parole del prete, a sua volta consapevole del fatto che: “la vecchia non poteva trarre sollievo alla sua pena dal più vasto dolore del mondo, che non conosceva, dall’astratta meditazione del dolore universale”.

Il suo dolore non è pubblico, bensì privato, rifiuta le parole degli altri, di coloro che non ammettono che i figli sono morti ingiustamente mentre per le altre madri “il ricordo, i sospiri trovano pace nelle preghiere, in ore del giorno ben precise e in giorni speciali ricorrenti ogni anno unanimemente riconosciuti. E così il dolore custodito nel segreto diventava un fatto pubblico […] per Mariangela invece il dolore rimaneva privato”.
Mariangela sembra rappresentare l’anima più antica e vera dell’isola attaccata al passato e alla natura circostante, quasi un microcosmo contrario ai cambiamenti che tuttavia investono non solo gli uomini ma anche i luoghi, la natura e il paesaggio sardo.

Ritorna qui: “il vagheggiamento di un ambiente naturale proprio e incontaminato, dove nessun toscano ha mai messo piede”; e il risentimento è la condanna per il taglio indiscriminato dei boschi, causato dai toscani appunto: “Un tempo era tutto foresta […] I carbonai toscani hanno tagliato tutto, alberi vecchi e alberi giovani, dalle radici. A volte non lasciavano nemmeno le radici. Guarda qui queste buche! Gli uccelli riportano i semi […] Io ne pianterò altri e intanto comincio a innestare questi.” Una natura tenace, una zona interna che sembra resistere agli agenti esterni: gli olivastri ricrescono, Urbano Costai li innesta e ne pianta degli altri e la montagna continua a vivere con la sua ombra imponente, Mariangela seguita a rinnovare le frasche della vecchia capanna e le montagne continuano ad avere per Padre Coi il profilo già noto. L’isola, la sua natura e il periodo storico che si trova a vivere, emblematicamente visti attraverso la vita di Cuadu, assurgono al ruolo di protagonisti e influenzano notevolmente la vita dei personaggi e lo sviluppo dei fatti rappresentando il grande interno. Lo stesso dolore di Mariangela viene visto come fortemente intriso di sardità, di quella sardità che fa delle figure femminili di Dessì l’anima stessa dell’isola.

E il vincolo tra madre e figlio è metafora di un latro rapporto filiale, quello tra il sardo e la propria isola la quale diviene luogo unico e assoluto. La Sardegna non come un luogo bensì come il luogo. Lo stesso Saverio percorre un duplice itinerario, quello che dall’isola lo porta altrove (interno – esterno) e quello voluto e necessario del rientro (Esterno- interno). Egli torna a morire nel suo ovile, in montagna, non nel paese simbolo dei mutamenti ma lontano da questo, nell’isolamento delle montagne, nell’ovile, nel luogo dove ha lavorato e vissuto i suoi tempi migliori prima della guerra e dove vorrà essere sepolto, custodito dalla familiarità dei luoghi. Non chiederà della moglie, del padre, né vorrà andare nel paese, ma vorrà accanto a sé solo le due madri: Mariangela e l’Isola. E’ il ritorno dell’esule, la morto nel luogo di origine, nella sua terra, quel ritorno tanto inutilmente atteso e sperato.

I monti circostanti il paese sono i luoghi in cui Mariangela si rifugia e nei quali cerca e raggiunge la pace che non ha altrove; lo stesso Padre Coi sembra trovare risposta ai suoi perché nel profilo già noto delle montagne che si contrappongono all’ignoto delle trasformazioni che incombono sul paese. Non solo Mariangela, Padre Coi e Saverio mostrano questo attaccamento ma anche Urbano Castai che abbandona la via di una brillante carriera di medico per tornare al suo paese, Ruinalta (l’interno), e si fa portavoce della protesta di coloro che deturpano la natura di quei luoghi e simbolo della lotta dell’uomo sardo e dell’ambiente dell’isola per la sua salvezza. Lo stesso Dessì sembra vivere la situazione dell’esule lontano dalla sua terra alla quale costantemente guarda e che sembra essere il luogo dei suoi romanzi.

Tutti i personaggi de Il disertore si scontrano, seppur a diversi livelli, con un mondo diverso, con una dimensione esterna che non rientra nella loro cultura e che rifiutano proiettando i loro pensieri verso le nostalgiche immagini del passato, alcuni vivendo solo in funzione di esso, come Urbano Castai e Padre Coi. Il continuo rapporto-scontro tra interno ed esterno si mostra in molteplici aspetti. Un interno che in certi momenti è l’isola nei confronti di tutto ciò che di essa non fa parte, in altri è il paese, in altri ancora è un singolo personaggio, in modo più evidente Mariangela. In ogni caso una vita, un paese o un’isola, microcosmi sconvolti dal corso degli eventi da loro non causati, non voluti ma comunque subiti: “tanti e così profondi erano stati mutamenti che anche in quella piccola città la guerra e il dopoguerra avevano portato”.

L’autore sembra non prendere, nel corso della narrazione una posizione esplicita, ma questa traspare da alcune note che possono cogliersi scorrendo attentamente il testo. Affermazioni come: “sembrava una tranquilla, sonnolenta domenica di prima della guerra” o quelle, numerose, relative alla constatazione delle trasformazioni (per lo più negative) avvenute, non solo causali e se ben esaminate si può notare come formino un filo conduttore che rende evidente la presenza del punto di vista dell’autore. La difesa dell’equilibrio di quei microcosmi, dal più piccolo al più grande, è la costante che si accompagna al tentativo di inserirli nel più vasto quadro del presente di cui sembra essere accettata l’esistenza. Molti dei personaggi si adeguano alla situazione, certi altri (Mariangela, padre Coi, Saverio), quelli definiti “antichi” dallo Squarotti, non riescono ad adattarsi e la rifiutano. Nelle ultime pagine del romanzo anche questi sembrano cedere, indice di tale atteggiamento è la decisione dei Padre Coi, accettata da Mariangela, di trasferire la tomba di Saverio nel cimitero del paese: ma il trasferimento non si realizza e gli avvenimenti subiscono una svolta decisiva che porta i due personaggi a rinunciare al proposito e a guardare con piacere l’idea di questa sepoltura nascosta e ignota agli altri come un segreto da portare, fino alla fine, con sé, cuadu.

Quasi aleggia in queste pagine lo sguardo compiaciuto dell’autore per la decisione presa,come se quella capanna-sepolcro sui monti rappresentasse un angolo incontaminato da difendere e salvare, simbolo di un’isola e dei suoi valori minacciati dalla mutazione in corso. L’angelo del monumento che spiega le sue ali nella sera appare col suo silenzio il custode di questi valori, in opposizione alla vita della piazza, centro del paese. E Mariangela: “Dopo tanto tempo, pianse, come tutte le altre madri, non per altro, ma per il mondo come quei nomi erano scritti, prima il cognome poi il nome, stravolti come nei registri del Comune”. E poco più giù il passo conclusivo del romanzo: “Nella piazza non c’era più nessuno. Era il silenzio, come lei sognava da tanto tempo. Non parole inutili e sciocche. Solo silenzio. Continuò, per il resto dei suoi giorni, a portare fasci di legna dal monte, a servire don Pietro Coi. E mai tra loro parlarono della tomba che lei continuava a custodire e che dopo la morte sarebbe rimasta nel silenzio della montagna”.

Il romanzo si chiude nella dimensione del silenzio, tanto cara al Dessì, quello di Padre Coi relativamente alla presenza della tomba in montagna e quello di Mariangela; un silenzio che a me sembra simbolo di un’isola, della sua natura, del suo cuore di madre. Il dolore di Mariangela come dolore della Sardegna per le trasformazioni e i fatti che incombono su di essa, altrettante morti di altrettanti figli. Il tacere delle sue montagne e la tenacia della sua natura contro il clamore degli eventi che vengono dall’esterno e che da essa non appartengono. Sembra il tentativo di inserire l’isola nel più vasto mondo esterno senza tuttavia privarla di ciò che da sempre le appartiene; non un brusco cambiamento, quindi, ma una via più lunga che richiede la conoscenza approfondita della propria cultura in contrapposizione alla via breve che quasi stravolge e trascina con sé la vera natura del luogo sconvolgendone significati e valori.

Alessandra Mocci

Tratto da Scrivere al confine. Radici, moralità e cultura nei romanzieri sardi contemporanei - a cura di Giuseppe Marci - CUEC Cagliari, 1994