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Le suggestioni del paesaggio e del bosco in Giuseppe Dessì

Il Paesaggio in Dessì: la funzione letteraria della casa

“Dacché mia sorella s’era sposata e la casa di San Silvano era stata chiusa, io non conoscevo più il riposo dei mesi estivi, che mi rifaceva le forze per il lungo periodo che mi toccava poi di passare in città. San Silvano era la patria dove io, come gli animali selvatici nel bosco e gli uccelli nell’aria mi trovavo naturalmente a mio agio, e la lontananza dai suoi boschi era sempre stata per me una grande fatica." [note]

Con questa frase significativa, Giuseppe Dessì apre il primo libro edito nel 1939 con il titolo di San Silvano. È un incipit ricco di segni e di informazioni che lo scrittore crea con tanta maestria quasi a voler dimostrare che in lui c’era già un percorso, un progetto che lo avrebbe condotto all’opera più matura, Paese d’ombre, che nel 1972 gli valse il premio Strega. Lo stesso autore dichiarerà nelle prefazione rumena di quest opera: “Ho sempre avuto in mente questo libro anche quando stavo scrivendo nel 1939 il mio primo romanzo. Se non cominciai con Paese d’ombre fu perché era troppo ricco e complesso per le mie forze di allora.” [note]

Più di trent’anni separano San Silvano da Paese d’ombre ma il tempo ha giocato un ruolo fondamentale; ha creato in Dessì la consapevolezza che quel racconto doveva essere ambientato in un suo luogo, anzi nel luogo che lui lascia nelle prime battute di San Silvano, ma che ritroverà con distorsioni introdotte dal filtro della memoria e le varie combinazioni di nomi. Si verrà a ricreare una topografia precisa del territorio.

Scrutando ancora tra le prime righe di San Silvano, possiamo capire non solo le linee essenziali della sua poetica ma anche quel profondo legame che sarà eternamente presente in tutte le sue opere ovvero quel rapporto mistico magico tra uomo e ambiente, tra anima e albero tra paese e bosco. [note]

Di San Silvano che è molto di più di un paese si potrebbero tentare mille definizioni; è uno di quei luoghi esistenti solo nella mente di un poeta, legato ad una specifica geografia immaginaria che fa riferimento ad un posto reale. Un topos sentimentale e culturale assieme, storica e poetica localizzazione di un momento felice della propria vita quando sembra che tutto abbia acquistato una sua profonda chiarezza. San Silvano come Norbio lo si ritrova nella dolcezza, nei colori e nell’impenetrabile silenzio della sua campagna, nei chiaroscuri delle montagne. Il paesaggio che forse è tutto interiorizzato, è colto nelle sfumature dei suoi colori: “… le foglie sono di un verde pallido sulla via di farsi grigie...” [note]

È sconosciuto e familiare nello stesso tempo perché la fantasia lo ricrea continuamente in maniera diversa e prima ignota. Esso è però anche il paesaggio della propria infanzia o meglio, di ciò che attraverso le coordinate dei colori, odori, suoni, aiuta a ricostruire l’ambiente familiare di un tempo che solo li diventa nuovamente vivo e presente con la stessa chiarezza della realtà. Qui si ristabilisce il legame più intimo con la vecchia casa e con i suoi sentimenti che in essa circolavano, non esclusi certi rancori e liti sul patrimonio divenuti anche essi creature con cui convivere. [note]

Come spesso accade in numerosi scrittori come Grazia Deledda, l’incipit del romanzo si focalizza su un piccolo nucleo abitativo; questa particolarità la si ritrova anche in Dessì. In principio è la casa, habitat sicuro, luogo in cui si è nati e si è vissuti. È il luogo che genera le coscienze dei personaggi e che li inserisce nella realtà quotidiana. In San Silvano la casa è la patria, ma molto più di una patria politica; equivale a quel che per gli animali selvatici è il bosco, per gli uccelli l’aria, un habitat naturale ed indispensabile.

Lo stesso discorso lo ritroviamo anche in Paese d’ombre: “Il bambino bussò al cancelletto di legno, ch’era tutto simile a quello della casa di sua madre nel vicolo del Carrubo e aspettò in silenzio…” [note]

Ma perché l’attenzione viene focalizzata così tanto per la casa? Per dare una risposta a questa domanda dobbiamo considerare il fatto che Dessì per molti anni ha vissuto fuori dalla Sardegna; Pisa e Ferrara sono state le sue nuove dimore per tanti anni ma nonostante questo nei suoi romanzi il “tema continente” viene trattato con scarsità. Questo ci può indurre alla considerazione sull’assenza di una dialettica Sardegna – Continente come poli positivo e negativo. Più volte lo scrittore affermerà: “Sono Sardo e la Sardegna ha avuto un posto tanto importante nella mia attività.” [note]

La Sardegna viene assimilata nella figura della casa; Norbio, Villacidro assumono l’aspetto del rifugio della sicurezza, del mondo materno, del nido. Il continente è la lacerazione di questa felicità, è l’avventura negativa in fondo alla quale c’è, ad attendere la morte.

Dessì durante il suo lungo soggiorno a Ravenna scrisse: “Se chiudo gli occhi tutto ciò che è qui, in queste linee definite, tra le basiliche e il mare, sparisce e rimangono solo le montagne selvose del Linas, in fondo al Campidano...” [note]. Da qui noi possiamo capire il perché dell’importanza che riveste nei suoi romanzi la casa. È la culla dei ricordi nonché genesi di storie, di vicende, diviene il libro che narra l’evoluzione dei suoi personaggi, è la porta che apre un ponte verso la terra da lui tanto amata ma lontana.

In “La Sposa in città”, altra opera del Dessì possiamo trovare una chiara conferma di quanto accennato in precedenza: “La casa rustica di Norbio dove tenevamo le bestie e le macchine agricole, dove venivano scuoiati i cinghiali e fatte le parti tra i cacciatori, dove io durante le serate invernali, quando andavo lì per le vacanze natalizie, amavo indugiarmi col babbo a guardare i frantoiani che lavoravano con le braccia nude…”. [note]

Il protagonista della scena descrive al suo interlocutore il suo mondo nostalgico, quasi vergognandosene perché agli occhi di chi ascolta può sembrare un luogo in cui il tempo si è fermato e dove la vita viene scandita da gesti rituali e antichi.

Anche ne “Il Disertore”, scritto nel 1961 e avente come tema principale la guerra, ritroviamo un chiaro esempio dell’importanza della casa ai fini del romanzo. La guerra proietta i suoi effetti sul microcosmo di Cuadu da dove proviene Saverio il protagonista dell’opera. Ricco di vicende politiche amalgamate in una piccola realtà di inizio 900, il Disertore non trascura il messaggio essenziale della narrativa di Dessì incentrata sulla descrizione degli individui nel rapporto inscindibile con i luoghi e l’ambiente naturale della loro vita e del lavoro. La casa assume il significato di luogo sicuro in cui poter morire in pace: “…Saverio in quella capanna aveva voluto essere sepolto, dove lei lo aveva trovato un giorno andando a fare legna e dove aveva trascorso gli ultimi cinque giorni della sua vita… là se lo ricordava nel vano della porta triangolare, seduto a gambe larghe...” [note]. Dopo essere fuggito dalle violente battaglie del Carso, Saverio sapeva che, nemmeno la casa in paese poteva offrirgli la sicurezza del suo ovile. Il desiderio di morire nei luoghi in cui è cresciuto è forte e l’uomo si trasforma, è sicuro che la piccola capanna nascosta tra i boschi, potrà offrirgli il riparo che una grande fortezza invalicabile offre ai suoi soldati. La figura di Saverio è l’emblema di una guerra non sarda che rappresenta la difficoltà dei sardi a rinunciare alle proprie radici, alla propria nazione per far parte di una Sardegna italiana che non li riguarda o di cui poco si fidano.

Se ne il Disertore la casa assume anche il significato di tomba, in Paese d’ombre diviene il teatro in cui nascerà il primo amore di Angelo Uras e luogo in cui si concretizzerà il frutto della passione tra lui e Valentina, sua prima moglie; “Le carezze di Valentina riuscirono a calmarlo… l’abbraccio si prolungò fino a quando dall’interno della stanza non si udì la voce del Signor Mannu che li chiamava…” [note]

Continuando ad analizzare Paese d’ombre, possiamo fare delle constatazioni di carattere sociologico e cercare di individuare gli habitat abitativi principali. Il romanzo si apre con la scena del piccolo Angelo dinnanzi alla casa del vecchio don Francesco Fulgheri. Il bambino era solito trascorrere molto tempo con l’anziano da quando era rimasto orfano. Si verrà a creare tra i due un rapporto molto stretto e gran parte della coscienza futura di Angelo sarà caratterizzata dagli insegnamenti dell’avvocato.

A proposito della casa Fulgheri leggiamo: “La casa di don Francesco, insieme a quelle degli altri Fulgheri, era tra le pochissime di Norbio fornite di servizi igienici, compresa la stanza da bagno…” [note]

Nel romanzo si capisce anche a grandi linee, che la casa di don Francesco si trovava nella via principale del paese, ovvero la via Roma; a riguardo di quest’ultima leggiamo: “Quell’ anno per la festa di Santa Barbara, patrona di Norbio, il comitato promotore, oltre ai fuochi d’artificio, aveva organizzato anche le corse dei cavalli. Avrebbero avuto luogo per lo stradone, che ora si chiamava via Roma, per voto unanime del Consiglio comunicativo…” [note]

Ben poche quindi le abitazioni degne di tale nome mentre la maggioranza erano di modeste condizioni. La casa del vicolo del carrubo invece è l’immagine che riflette l’abitazione tipica di una società contadina agli inizi del 900. Non vengono fatte molte descrizioni in quanto nella sua semplicità era simile a tutte le altre case contadine di Norbio e poi perché dopo la morte di don Francesco il teatro delle vicende si sposteranno in un ambiente ben più grande e di cui si parlerà: il bosco.

Uomo e bosco in Paese d’ombre

Nella letteratura dessiana, un aspetto molto importante lo assume la cultura dell’ambiente e della natura che si inserisce senza mai interferire nella narrazione ma diventando una parte inscindibile dell’opera. Proprio la sua opera mette a confronto storia e natura, portando alla riflessione sull’uso delle risorse e sulla salvaguardia di ciò che ci circonda.

Dessì riproduce il meraviglioso paesaggio che lo circonda attraverso gli occhi dei suoi personaggi; è un paesaggio costituito da luoghi vergini, foreste intatte, boschi ricchi di silenzi, acque limpide e cristalline in cui gli uomini e donne che intrecciano le storie dei suoi romanzi ci fanno entrare in una dimensione nuova in cui noi stessi possiamo tastare virtualmente l’entità fatta di colori, di suoni di odori e di sapori che regnano in quei luoghi.

Nel romanzo I Passeri, scritto nel 1955, Dessì ci offre la possibilità di immergerci con i nostri sensi in uno scorcio di natura: “Libellule nere si posavano sui ciottoli, l’acqua scorreva con un fruscio. E lui aveva risalito il fiume strisciando tra le felci… Il fruscio delle foglie degli eucalipti e il fiume coprivano il rumore che faceva strisciando. Dalle piantine allettate si levava il profumo della menta piperita…l’acqua era come un cristallo nero…” [note]

L’esperienza dello strisciare è da porsi in forte relazione con la costruzione del paesaggio che Dessì crea; quelli che sono stati i teatri dei suoi ricordi infantili prendono forma diventando realtà nelle sue pagine e escludono un attitudine spettatoriale e distanziata di chi legge ma favoriscono un immersione totale nella scena. Il vento, la pioggia, il sole entrano a far parte di quella sfera sensitiva che costruiscono nella mente un luogo in cui ambientare le storie dei personaggi.

Proprio per questo in tutta l’opera del Dessì accanto ad un discorso di esaltazione quasi fantastica dei luoghi, troviamo una profonda denuncia nei confronti di chi vede nel paesaggio non un desiderio ascendente (L.Pisano), ma fonte di profitto e occasione di conflitto [note]. E i suoi personaggi diventeranno strumento di questa denuncia.

Angelo Uras per esempio, diventato proprietario del podere di Balanotti attraverso la tragica morte di don Francesco Fulgheri, guarda i suoi alberi di cui percepisce il silenzio non come quello delle cose, ma come si percepisce il silenzio delle persone che stanno zitte e pensano. "Ne conta fino a centoquarantatre e fa un mucchietto di sassi per ricordarsi il punto in cui era arrivato contando" [note]

La pineta del Comune che Angelo ha creato e difeso conta oggi, quasi un secolo dopo, 150.000 pini. Tra i due boschi (Balanotti e la Pineta) si è formato il destino e il significato di questa persona che attraversa il mondo della povertà contadina, che è cosciente della realtà pastorale e che s’inserisce nell’ordine degli istituti borghesi per adoperarli a vantaggio della comunità.

La legge del 1820, detta “delle chiudende”, aveva cancellato l’antica consuetudine della proprietà comune della terra secondo la necessità dei contadini e dei pastori. Angelo Uras, partendo dal suo infantile e fantastico amore per i suoi ulivi, giunge a poco a poco a ristabilire i boschi sulle montagne e a ridare al suo paese il senso di una vita comune e prolungata nel tempo.

Ma perché Uras amava tanto i boschi? E perché lui stesso ne creerà uno? In lui era rimasta un’eco della credenza popolare di quelli di parte d’Ispi secondo cui gli alberi albergano ognuno l’anima di un defunto, che lì attende di essere chiamato alla gloria di dio. Nell’ elce accanto alla quale era morto don Francesco e che egli aveva irrorato del suo sangue, il piccolo Angelo non aveva forse di poter aver ancora vicino il suo protettore? "Se guardi da lontano la gente che affolla una piazza o una processione che ti viene incontro ti sembra che tutte le persone siano uguali; se invece vai in mezzo ti accorgi della loro diversità. Così anche per questi alberi di cui percepiva il silenzio: divenivano la nuova dimora che ospitava le anime" [note]

Il bosco diventa una casa piena di mistero, che semplicemente gli parla a cuore: forse quel mistero che gli anacoreti del tempo antico sentirono.

Oltre ad una ragione sentimentale e di rispetto, l’importanza che assume per Angelo la salvaguardia del patrimonio boschivo assumerà un carattere istintivo di difesa della sua gente, della loro vita, delle loro credenze. Quelle montagne sono la loro dimora.

Dopo la morte di Valentina, nel momento più difficile della sua vita, Angelo ritrova il seme germinativo della sua nuova esistenza: vincere l’appalto del taglio della foresta di Aletzia. Capisce che se non interviene anche quel meraviglioso bosco sarà preda del taglio indiscriminato. E’ allora, dopo aver vissuto come uomo le sue tragiche esperienze, che egli diverrà quel personaggio autorevole, rispettato e ben voluto da tutti. È in questo momento che l’uomo abbandona l’Io per la comunità. Uras comprende che non è lui che deve comprare i boschi ma il comune [note], riproponendo quel antica società comunitaria, in armonia con le leggi della natura. La foresta di Aletzia verrà tagliata secondo una logica ben precisa: si procedeva alla pulizia degli alberi dai cespugli; il sottobosco veniva raccolto dai corbonai villacidresi che lo trasformavano in carbone dopo aver costruito gli appositi forni: “…scavavano nel terreno sgombro fosse lunghe un metro e mezzo e larghe un braccio, profonde non più di trenta centimetri; vi facevano un letto di foglie, di rami sottili e su questo ammucchiavano altri rami un poco più grossi,coprivano tutto di terra, poi praticavano un foro alla base…passava molto tempo prima che la legna diventasse carbone…” [note]

Quindi si sceglievano gli alberi che sarebbero stati abbattuti preservando quelli più grandi e lasciando quelli di olivastro che nella zona abbondavano; Angelo in questa maniera si assicurava che in futuro quella zona non venisse più interessata dal taglio.

È una vittoria dei piccoli contro i grandi al sopruso della legge del 1820 che fin dalla sua emanazione aveva incontrato forti resistenze e dato luogo anche a sanguinosi disordini [note]. Angelo riesce a concludere ciò che don Fulgheri aveva tentato di fare: creare un vero spirito di comunità.

Fulgheri, animato da puri sensi filantropici e da un profondo senso della giustizia, rappresenta il desiderio di cambiare di quei sardi progressisti, di aprirsi ad una vita più moderna e razionale. Egli cerca di risvegliare i suoi compaesani e di spingerli a scrollarsi di dosso la millenaria credenza di inferiorità; non per altro è un forte oppositore dell’ editto delle chiudende.

A Villacidro, dove la disponibilità di terra era assai ridotta a seguito della concessione di vasti appezzamenti, ricadenti anche nei comuni vicini, alla società francese che intendeva bonificare lo stagno di Sanluri ed a Carlo Baudi di Vesme, si temette che i lotti non bastassero per tutti, ma molti degli aventi diritto vi rinunciarono perché non erano in grado di coltivarli o perché non avevano la possibilità di pagare le spese relative alla divisione ed all’assegnazione. A questo proposito a Villacidro i terreni comunali vennero fatti dividere prima che in altri Comuni perché si sperava che la vicinanza dello stabilimento della fonderia favorisse lo sviluppo delle nuove tecniche agricole, e d anche perché si riteneva di porre fine ai continui attriti tra pastori e agricoltori.

Sarà ancora interessante ricordare che, dopo la ripartizione delle terre comunali, effettuata nel 1842 ad opera di periti locali, si ebbero 226 ricusazioni dei lotti assegnati ed altrettanti capi di famiglia che erano contrari all’abbandono del vecchio sistema di sfruttamento comunitario della terra, o che diffidavano del nuovo sistema, o che avevano ricevuto in sorte terreni lontani dall’abitato o poco adatti alla coltivazione. [note]

La prima lottizzazione fu in seguito rettificata dagli esperti del servizio geodetico e diversi lotti, ritenuti troppo piccoli, vennero ampliati.

Tra il 1842 e il 1845 vennero assegnati poco più di 1000 lotti per un totale di 5.321 starelli mentre gli aventi diritto a un lotto erano oltre 1400 e anche in questo caso si assistette a diversi abusi da parte dei notabili, che cercarono con vari espedienti di farsi cedere i lotti dei compaesani più poveri, mentre in base alla Carta reale del 1839 ed al relativo regolamento i terreni ex comunali non avrebbero dovuto essere alienati prima di dieci anni. Veniva così frustato lo scopo della legge, che era di assicurare la massima diffusione della proprietà privata della terra [note]. A causa degli abusi e dell’inadempienza della amministrazione comunale che doveva esercitare un controllo capillare per l’assegnazione dei terreni ci furono gravi manifestazioni di insofferenza come la demolizione, nella notte del 12 Febbraio 1850, della recinzione di diversi terreni usurpati. Dodici Villacidresi, tra i quali alcuni che rivestivano cariche pubbliche, vennero a seguito di questo fatto arrestati. [note].

Ma ciò che è più interessante constatare, è come, subito dopo la legge delle chiudende e l’avvio dell’industrializzazione, inizi il problema del disboscamento. Questo fenomeno ha antichissime origini tanto che non mancano le testimonianze storiche.

La Sardegna cerealicola nacque proprio dal disboscamento voluto dai cartaginesi che fecero tagliare tutti gli alberi del Campidano per creare spazi nuovi per agricoltura intensiva [note]. L’espansione demografica e il crescente bisogno di approvvigionamenti dei secoli XI-XIV portò in tutta Europa alla ricerca di nuovi spazi da destinare alle coltivazioni; anche la Sardegna venne colpita da quella che Marc Bloch chiamò “la lotta contro l’albero” [note]. Le grandi foreste venivano sacrificate in nome del progresso e ben poco si faceva per tutelare questo patrimonio dato che l’approccio dei vari governi che si sono susseguiti nei secoli alla questione forestale, era dettato da una logica mercantilistica. Lecci, roveri ed olmi erano destinati alla cantieristica navale, alle falegnamerie per la costruzione delle botti ed alle artiglierie come sostegno o ruote dei cannoni, alle fonderie [note], mentre il legno della sughera serviva per erigere grandi e forti palizzate per le miniere.

L’entità del disboscamento sardo è documentata dalle statistiche ufficiali; la superficie boschiva era passata in poco meno di un secolo dal 15% al 5% [note]. Tra le cause principali si individuano:

  • Le contraddizioni di un apparato legislativo che pur ribadendo la tutela del patrimonio forestale permetteva il taglio sregolato nei territori demaniali
  • Lo sviluppo minerario
  • La costruzione delle ferrovie
  • Gli incendi

La concentrazione degli imprenditori continentali ed esteri si puntò sui grandi boschi sardi; toscani, liguri e inglesi abbattevano con un ritmo insostenibile gli alberi lasciando una profonda cicatrice nelle montagne.

Nonostante questa intemperanza ci furono uomini che capirono l’importanza per la salvaguardia dei boschi; lo stesso J.J.Rousseau nel 1765 era convinto che una gestione illuminata del patrimonio forestale avrebbe potuto costituire una grande risorsa economica.

In Sardegna invece nei primi dell’ 800 il sassarese Andrea Manca dell’Arca scrisse un memorabile trattato di agronomia “Agricoltura di Sardegna” in cui si elencavano i grandi vantaggi che le foreste offrivano all’economia isolana se le si preservava. Ricordiamo poi l’economista Giuseppe Todde che nel 1860 attaccò duramente il demanio accusandolo di “aver fatto getto delle sue ricchezze forestali come un prodigo, depauperando i comuni dei diritti di ademprivio che vi godono” [note]

Nel 1839 il geografo Vittorio Angius descriveva così i boschi villacidresi: “Tutte le pendici di Montemannu, Villascema, Narti sono ricoperti da alberi ghiandiferi. I lecci sono frequentissimi, in poco numero i soveri o nulle e rarissime le querce. Le principali selve sono quelle di Montemannu, Cocina Aletzi e Narti… i boschi di Villacidro sono di quei rarissimi che sono stati rispettati. Se non siano gli alberi offesi dalla violenza dei venti o dal peso delle nevi, essi nol sono in altra maniera. Quindi vedonsi piante assai belle e prospere, e rari sono i vacui tra le medesime.” [note]

Sembrano ormai lontani quei tempi in cui le montagne di Norbio erano ricoperte da un verde lussureggiante e ricco. Le violenza delle asce ha devastato quei luoghi meravigliosi e Angelo soffre perché incredulo della malvagità dell’uomo che non prova sentimento dinnanzi a quei boschi: “ …ancora combustibile, ancora alberi tagliati, bruciati. Angelo ebbe un tuffo al cuore, come se si trattasse di bruciare uomini. Amava troppo gli alberi per rassegnarsi…” [note]

Uras sa benissimo che continuare a distruggere i boschi vuol dire privare il popolo della sua identità delle sue tradizioni, delle sue leggende nonché del suo futuro. Capisce che dai boschi dipende la vita e che è necessario rispettarli come un dono prezioso. Sa benissimo che la distruzione comporta altri pericoli non imminenti come le alluvioni o le frane. Proprio per questo si adopererà per ripristinare l’ambiente ferito attraverso opere di bonifica che realizzerà pienamente allorché diventerà primo cittadino. Questo suo desiderio, irrealizzabile per molti come il senatore Loru e altri grandi prinzipales [note], verrà sostenuto invece dai villacidresi che si sentirono parte integrata del suo progetto; “…così le pianticelle crescevano indenni: ne furono piantate altre e altre ancora e ogni bambino ebbe due piantine, poi tre, poi quattro e crescevano tutti assieme d’altezza e di numero…” [note]

E contrariamente a quanto avevano pensato i consiglieri, anche i caprai si adoperarono affinché le loro greggi attratte da quel verde, si discostassero dalle piantine. [note]

Un messaggio importante seguito dai nostri avi e che ora non aspetta altro di essere reinterpreatato per creare quella coscienza ecologista che purtroppo sta scomparendo. Il bosco è la nostra casa, e abbiamo il dovere di difenderlo e migliorarlo per creare una fonte di sviluppo economico. Questa è la nuova sfida per gli anni futuri; operare affinché un bene così importante non venga distrutto irrimediabilmente.