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Tradizioni e usanze di Villacidro

Una delle attività svolte durante l'anno scolastico 2000-2001 è stata la lettura del testo di narrativa da noi scelto, cioè "Paese d'ombre" perché scritto da Giuseppe Dessì, uno scrittore villacidrese, romanzo che abbiamo letto con interesse e curiosità.
Dopo aver effettuato il solito lavoro sul testo, riguardante l'analisi dei fatti, dei personaggi e dei luoghi, ci siamo soffermati a sottolineare tutte le citazioni relative agli usi, costumi e alle tradizioni del nostro paese descritte nel romanzo. Con nostra grande soddisfazione ci siamo resi conto che molte notizie erano già di nostra conoscenza grazie alle precedenti interviste agli anziani che conoscono molto bene il nostro paese.
Ci sembrato opportuno dapprima trascriverle su un file e stamparle in una dispensa poi metterle on line per conservare e permettere a tutti di utilizzare queste informazioni;
ci auguriamo anche che possano essere utili a persone o studenti che vogliano approfondire la conoscenza del nostro paese Villacidro.
L'edizione che abbiamo utilizzato per questo lavoro è quella economica:

"PAESE D'OMBRE, Giuseppe Dessì, Oscar Mondadori - Scrittori del Novecento"

Pagina 5 Lo scrittore descrive la tradizione secondo la quale le donne del paese passavano la farina al setaccio e lavoravano al telaio.

Pagina 6 Quando i ragazzi portavano i cavalli all’abbeveratoio, li montavano senza sella o come si diceva prima “a palo”; invece del morso mettevano una corda intorno al collo del cavallo.

Pagina 7 I ragazzi di Norbio preparavano per il loro cavallo il pranzo, esso consisteva in una fetta di pane, una zolletta di zucchero e in una manciata di fave.

Pagina 8 Un tempo si soleva mangiare dell’uva spina, una primizia dell’orto o del frutteto, un dolce, o una minestra calda, oppure un tegame di rigiurato o gioddu, una specie di yogurt molto in uso in parte d’Ispi.

Pagina 9 Qualche volte per le grandi feste si usava regalare ai giovani e ragazzi uno scudo d’argento.

Pagina 18 Al tempo della vendemmia i carri passavano con i buoi, con la legna, con l’uva appena colta e sui muri delle case di mattoni crudi restavano i segni dei massi con il nero della marcia.

Pagina 19 Nei tempi descritti da G. Dessì, cioè ai primi del ‘900, in cucina c’erano varie pietanze, quali la minestra col formaggio e con i finocchi selvatici.

Pagina 23 L’abbeveratoio per gli animali da lavoro, cavalli, asini e buoi, fu costruito in granito e con vasche degradanti in modo che l’acqua restasse sempre pulita.

Pagina 29 Quando una persona moriva sii recitava la preghiera per i defunti.

Pagina 32 In ogni casa si usava accendere i lumini davanti alle immagini dei santi protettori.

Pagina 34 Si racconta la storia secondo la quale la volpe faceva udire di notte il suo grido dopo l’Ave Maria e ogni notte si rifugiava nel monte del Carmine dove si ritrovavano i resti delle sue vittime, in tanti anni i pastori del paese non erano mai riusciti a prenderla né con le taiole, né con i canio.

Pag. 34/35 Secondo una credenza di Norbio, l’anima dei defunti, dopo aver vagato per la campagna con l’odore di un’erba o di un fiore, sceglie una pianta, e vi si rifugia, e in quell’asilo vegetale rimane fino a quando non piaccia a Dio di accoglierla nella sua gloria….
Così tutti gli alberi hanno un’anima e i fiori hanno anime di bambini o di bambine…
Si racconta di una donna che allattava un fiore, perché forse aveva perduto il suo bambino.

Pagina 37 Secondo un’altra credenza, quando uno moriva, gli spiriti entravano nella casa del morto e dei suoi parenti e amici per raccogliere e portare via i brandelli della sua anima che, come bioccoli di lana, sono rimasti impigliati agli oggetti o ai capelli delle donne.

Pagina 39 Le coperte di lana grossa fatte dalle bisnonne in casa erano oggetti indistruttibili che si tramandavano da una generazione all’altra e la cui durata dava il senso della precarietà della vita.

Pagina 44 Secondo l’usanza, la bara del morto veniva portata sulle spalle e durante le soste veniva appoggiata su un tavolino e irrorata d’acqua benedetta dal sacerdote.

Pagina 49 Un’altra usanza era quella di lavorare il grano e di metterlo in due grandi canestri ad asciugare.
Lo scrittore dice che le donne di Norbio possedevano due fazzoletti:
uno era la mantiglia nera di seta, l’altro era un fazzoletto giallo da mettere in testa.

Pagina 56 Sul pane abbrustolito si spalmavano le olive cotte nelle brace.
Un’altra pietanza era costituita dalle acciughe messe a macerare in un piatto con l’aceto, poi ancora il piatto preparato con le fave macinate.
Le donne andando al fiume portavano sul capo un cesto pieno di panni.

Pagina 59/60 Le donne per separare la crusca dalla farina usavano una paletta di legno di castagno.

Pagina 100 – 101 Descrizione dei giochi dei ragazzi di strada in piazza Cadoni:

  • Gioco della campana in estate;
    Gioco dell’orologio in primavera;
  • Giochi con la trottola in autunno;
  • Gioco con le biglie di ferro, di terracotta o di vetro; 
  •  Gioco con i bottoni; 
  •  Gioco a carte nella soggetta dell’Oratorio delle Anime o sotto il porticato del Monte Granatico; 
  •  Testa o croce con una monetina; 
  •  Gioco alla guerra.

Pagina 103 “A Norbio, anche i più poveri allevavano il maiale che nutrivano con il fichidindia delle siepi o con le ghiande e chi riusciva a mettere insieme un branco, lo portava a pascolare nel bosco, dove chiunque poteva far legna…
Così anche nella più misera casa di mattoni crudi non mancava il fuoco nelle rigide notti invernali, né un piatto di minestra condita con un pezzo di lardo.”

Pagina 104 “ …una mattina, nel cortile di casa, sua madre gli mostrò una leggera colonna di fumo di fumo nero che si levava di dietro la cima di Monte Homo….
Tutti a Norbio avevano riconosciuto il fumo delle carbonaie, tutti seppero che era cominciato il taglio della foresta di Escolca…”

Pagina 117/121 Descrizione della festa di Santa Barbara

  •  fuochi d’artificio, corse di cavalli lungo la Via Roma; 
  •  pariglie formate da cavalli di Norbio e di Ghilarza; 
  •  bancarelle dei venditori di torroni di Tonara e dei sorbetti di Aritzo; 
  •  venditrici di biscotti e di ciambelle in canestri deposti per terra;
  •  venditori di coltelli di Pattada.

Pag. 124 La domenica tutti andavano alla prima Messa con l’abito della festa: gli uomini con la camicia pulita, le donne con i bottoni d’oro e il rosario alla cintola.
I giovani andavano alla messa grande.
Di casa a quell’ora uscivano a quell’ora solo le ragazze che andavano a prendere l’acqua alla fontana.
Quelle che avevano il pozzo se ne stavano dentro, si lavavano nel secchio, si pettinavano dietro i vetri.

Pagina 126 Citazione e descrizione del coltello da tasca

Pagina 128 Orologio da tasca che si riponeva nel taschino del corpetto
Citazione di un particolare saluto in uso tra gli anziani: “Sia lodato Gesù Cristo” diceva l’uno e l’altro rispondeva “Sempre sia lodato”.
La sera invece si diceva “Ave Maria” e si rispondeva “Gratia plena”. (pag.133)

Pagina 129 La donna in segno di lutto portava il fazzoletto nero, l’uomo invece una fascia nera al braccio.

Pag. 140 Descrizione del fornello da cucina

Pag. 144/145 Descrizione della mola di pietra azionata da un asinello bendato con la quale si trasformava il grano in farina.

Pagina 160/166 Descrizione del matrimonio religioso.

Pag. 170 I gioielli della sposa.

Pagina 172 Citazione della Via delle Tre Marie.

Pagina 180 Tiro al gallo per la festa di San Sisinnio.

Pagina 193 Lepre in salmì; malvasia.

Pagina 227 “Aveva tirato di fionda, una fionda fabbricata con un pezzo di pelle e di corda, che tutti i ragazzi di Norbio possedevano e usavano con abilità.
Il bersaglio poteva essere la banderuola di ferro di uno dei tanti comignoli del Palazzo arcivescovile che, colpita, girava all’impazzata emettendo un lamentoso cigolìo che si udiva anche da casa Fulgheri;
oppure il galletto di lamiera infilzato nel parafulmine dell’agile campanile di Santa Barbara che svettava sopra i tetti contro lo sfondo di Monte Homo;
o la grande campana che appariva come un triangolo nero nel vano della torre…”

Pagina 238 “Tornarono dal fiume le ragazze, portando sulle ceste grandi mazzi di menta peperita e di timo, l’acuto profumo e il loro cicaleccio.”

Pagina 258 “Da tempo immemorabile la gente distillava la terribile acquavite con mezzi artigianali.
In nessuna casa mancava il tradizionale alambicco di rame.
Il prodotto veniva venduto a Cagliari, dove era gravato di un dazio esorbitante.
Poi si sparse la voce che i distillati di Norbio avevano provocato gravi disturbi di stomaco, tanto che il protomedico Don Salvatore Cappai aveva disposto che un’apposita commissione di esperti visitasse e controllasse tutti gli alambicchi del paese, molti dei quali furono sequestrati, perché mancavano dei requisiti richiesti.
La conseguenza di questa rigorosa ispezione fu che il filuferru venne prodotto da allora clandestinamente.
A Norbio si beveva più acquavite che vino, essendo tutti, ab antiquo, convinti che con l’acquavite si combattessero efficacemente i mali.
La si usava per disinfettare le ferite, si bevevo per prevenire la malaria e specialmente le infreddature e vi si inzuppavano i succhiotti di lattanti, che smettevano di piangere e dormivano profondamente per ore, nelle loro culle di vimini, coperti di mosche.

Pagina 264 Quando passavano nella via Roma, i carri facevano tremare la terra.

Pagina 266 Era consuetudine che alla fine della trebbiatura il padrone offrisse un rustico pranzo nei campi per festeggiare l’avvenimento, e tutti vi partecipavano.

Pagina 267 Si fa riferimento ai dolci “croccanti di mandorle e zucchero bruciato”.

Pagina 275 Il diritto di voto, a fine ottocento e ai primi del novecento, era limitato ai capi famiglia che pagavano tasse per una certa somma.
Ognuno dei prinzipales, cioè dei grossi proprietari disponeva di un certo numero di voti dei massaius, cioè dei piccoli proprietari, padroni di pochi starelli di terreno, di qualche giogo di buoi, o di un branco di pecore. Durante le elezioni i più poveri stavano a guardare.
Pagina 285 “Vi erano grandi pietre lisce di color grisio scuro sulle quali le donne, stando immerse nell’acqua fin sopra il ginocchio, sfregavano e sbattevano i panni.
E’ il bau de sa madixedda, “guado della cutrettola”, benché quando il torrente è in pieno, nemmeno un branco di tori riuscirebbe a guadarlo in quel punto.”

Pagina 290 “Il pozzo di Marietta Serra era famoso a Norbio, e molti “signori” passando, si fermavano a bere.
Era situato al centro del vasto cortile quadrato, tutto coperto da un pergolato così fitto che a stento il sole vi penetrava.
I grappoli dell’uva corniola, ormai maturi, pendevano tra le foglie.”

Pagina 295 Viene descritta la vasta cucina di casa Fulgheri:
“…pavimentata di lastroni di grigia pietra lavica, le pareti ricoperte di lucide mattonelle, il grande tavolo di castagno massiccio, le seggiole basse, dipinte a fiori, i capaci armadi, e la mensola sulla quale stavano allineate le rustiche brocche per l’acqua potabile, sempre umide e trasudanti, chiuse da grossi tappi di sughero;
e le donne indaffarate, con le maniche rimboccate sulle braccia rosse, il viso imporporato dal fuoco del camino.”

Pagina 323 Descrizione dei piccioccus de crobi, della via Roma e del porto di Cagliari.

Pagina 329 “Angelo cambiò la faccia di Norbio.
A nessuno sarebbe mai venuto in mente di mettere quei lampioni per le strade, uno ogni duecento passi,
…così era stato per il Lavatoio, così fu per il Mattatoio, e così, infine, fu per la Pineta, al punto che i bambini della scuola si assunsero l’impegno, dopo che i primi pini furono piantati attorno alla chiesetta del Carmelo, di innaffiarli ogni giorno.
All’uscita di scuola si vedevano in fila indiana, con una brocchetta di terra, salire verso la chiesa, per innaffiare ciascuno il proprio pino.
Ogni bambino se ne era scelto, ognuno aveva il suo e lo aiutava a crescere con quel po’ d’acqua…
Non accadde nemmeno che le piantine fossero mangiate dalle capre.
I caprai passavano lontano e se qualche bestia veniva attratta da quel verde, che da piazza rontera sembrava muschio sulle rocce, subito la faceva rientrare nel branco. Così le pianticelle crescevano indenni…

Pagina 342 Descrizione della maschera caratteristica del carnevale di Norbio., cioè quella del cacciatore.
“La sua tenuta è approssimativamente quella di un cacciatore, solo che gli abiti sono di colori strani e sgargianti, dal giallo all’azzurro e sempre rappezzati.
Porta a tracolla un tascapane pieno di crusca ed è armato di un fucile che, per mezzo di una cannuccia inserita nella culatta, gli serve a lanciare sbruffi di crusca in faccia alla gente. Chi viene colpito deve pagare da bere…”

LE FESTE - S. ANTONIO ABATE

Sant'Antonio Abate - La vita

Sant'Antonio Abate nacque in Egitto nel 250 d. C. e morì il 17 gennaio del 356. Antonio rimase orfano quando era ancora adolescente e continuò a crescere sotto la guida della sorella maggiore. Non erano ancora trascorsi sei mesi dalla morte dei genitori, quando un giorno mentre si recava come sua abitudine alla celebrazione eucaristica, rifletteva sulla ragione che aveva indotto gli apostoli a seguire il Salvatore abbandonando ogni bene terreno. Dopo qualche anno una frase letta in Chiesa nella celebrazione della messa lo portò a riflettere: "Se vuoi essere perfetto vai, vendi ciò che possiedi e dallo ai poveri, poi seguimi".
Così fece: vendette i suoi averi e diede il ricavato ai poveri.
Si ritirò quindi in un luogo deserto vicino al suo paese, a Coma, l'attuale Che man, località del centro Egitto, per dedicarsi alla preghiera, al lavoro e alla lettura della Sacra Scrittura. Visse a lungo in una vecchia tomba, dimostrando di amare e praticare le virtù, in particolare la mitezza, la pazienza, la misericordia e l'umiltà. Tentato dal demonio, gli resistette a lungo, sottoponendosi a rigorose penitenze, a digiuni e pregando a lungo anche durante la notte.
Il suo culto si diffuse rapidamente e dovunque per opera dei monaci orientali; è invocato contro le malattie contagiose e in particolare per il così detto "fuoco di san'Antonio".
Ebbe molti discepoli e lavorò a lungo per la Chiesa, sostenendo i martini durante le persecuzioni di Diocleziano e aiutò sant'Atanasio nella lotta contro gli Ariani.
Ottenne il dono di liberare l'aria, la terra, il fuoco e gli animali da ogni morbo e da influenze negative. Dedicò l'intera sua vita al servizio di Dio.

La festa di Sant'Antonio a Villacidro nel tempo presente.

Ogni anno a Villacidro si festeggia sant'Antonio Abate il 17 gennaio;
il sabato mattina all'alba tutti i partecipanti, del Comitato organizzatore ma non solo,si riuniscono nella località "Sa gruxi santa" per andare nei boschi a tagliare la legna con i trattori e gli attrezzi necessari, legna che servirà per fare un grande falò in onore del Santo.
Dopo il taglio degli alberi che avviene sempre dietro autorizzazione delle autorità competenti, i "boscaioli" si riuniscono con il carico nella pineta di "Sa Mandara" dove il Comitato offre a tutti i partecipanti il pranzo a base di fave lesse con carne di maiale e salsiccia arrosto, il tutto accompagnato con un buon vino.
Di pomeriggio i trattori tornano verso il paese che attraversano lungo le vie principali con una lunga sfilata. I ragazzi che partecipano al taglio degli alberi usano imbrattarsi il viso di nero di carbone. Infine la legna viene scaricata in un gigantesco cumulo e incendiata.
Il grande falò, benedetto dal sacerdote, alla presenza di moltissimi spettatori, continua ad ardere per tutta la notte e la mattina seguente la gente raccoglie le ceneri in segno di protezione contro le malattie e le malefatte.
La domenica pomeriggio il santo viene portato in processione per le vie del paese, accompagnato dalla banda musicale, dal gruppo folcloristico locale, dagli animali domestici o di allevamento e dai fedeli. Al termine della Messa viene benedetto il pane e distribuito a tutti i presenti.

La festa in passato.

E' tradizione, per la festa di sant'Antonio, fare la sfilata di trattori.
Prima però i trattori non esistevano, ma c'erano i carri trainati dai cavalli o dai buoi, che il sabato mattina salivano in montagna a tagliare la legna che poi portavano in piazza Frontera.
Era tradizione anche che i tagliatori di legna mangiassero in campagna la pasta, il maiale arrosto e la salsiccia e bevessero molto buon vino. Diciamo che oggi vengono rispettate le tradizioni relative a questa festa in tutti i suoi aspetti.

LE FESTE - CARNEVALE

Ai tempi di mia nonna durante il carnevale c'erano sempre due o tre giorni di festa:
il giovedì grasso, il martedì grasso e la pentolaccia di domenica.
Le giovani si vestivano con i costumi sardi, gli uomini si travestivano da pastori mettendosi un cappotto di pelle di agnello oppure travestendosi da donna o da fantasma.
A volte per non essere riconosciuti si dipingevano il volto con il carbone. Qualche anziano conferma quanto ci racconta G. Dessì sulla maschera tipica villacidrese, cioè quella del cacciatore.
Le persone si riunivano tutte in piazza Lavatoio, tra questi c'era chi suonava la fisarmonica o l'organetto e con questi suoni incominciavano le danze sino a tarda sera, quando finivano tutti andavano a mangiare le frittelle, preparate dalle massaie che si alzavano al mattino presto per fare l'impasto e friggerle all'aperto.
Le risate erano tante quando in piazza Frontera un gruppo di maschere organizzava la scena dell'ammalato che viene "trasfuso" con una pompa di vino proveniente direttamente dalla botte che stava su un carro trascinato dall'asino. Altre scenette allegoriche venivano rappresentate in tutte le piazza del paese.
"A Carnevale ogni scherzo vale".
E' un tipico proverbio di questa festa.
I dolci tipici del Carnevale sono le chiacchiere, le frittelle, i fatti fritti, insomma, tutte le fritture.
A Villacidro il Carnevale non si festeggia con maschere e carri, come in altri paesi come San Gavino, Samassi e Sanluri, e non c'è neanche una maschera tipica.
In altri paesi del circondario invece si costruiscono carri allegorici, ogni carro si ispira a un personaggio, a una stagione o a un grande avvenimento.
Al seguito dei carri ci sono le maschere che animano la festa e, cantando e ballando, distribuiscono dolciumi.
La domenica successiva c'è il "carnevalino" dove viene premiato il carro più bello e dove, alla fine, si brucia il pupazzo.

LE FESTE - PASQUA

La Santa Pasqua per noi cristiano è la festa della pace e del perdono.
Rappresenta la Resurrezione da morte di Gesù Cristo.
Con il Mercoledì delle Ceneri inizia la quaresima che è tempo di preparazione alla Pasqua, in cui è usanza e prescrizione della Chiesa fare digiuno e astinenza di venerdì.
Con la Domenica delle Palme inizia la settimana santa, giorno in cui si ricorda l'ingresso trionfante di Gesù a Gerusalemme.
E' tradizione a Villacidro fare una processione breve dalla chiesa delle Anime a Santa Barbara dove, dopo la Messa saranno benedette le palme e i rami d'ulivo portate dai fedeli.
Le palme vengono intrecciate in vario modo quasi artisticamente da anziani esperti e da molti ragazzi che da essi hanno appreso quest'arte.

I riti della settimana santa.

Abbiamo intervistato la signora Rosa Orrù di anni 84, abitante in viale Don Bosco.
Lei ricorda che il Mercoledì Santo a mezzogiorno veniva portata la statua di Gesù in processione dalla Chiesa di Sant'Efisio a piazza Frontera, via Roma, piazza Lavatoio per tornare nella cappella dalla quale era partita, che oggi non esiste più e nella quale si faceva la Messa.
Il Giovedì Santo è giorno in cui si ricorda l'ultima cena di Gesù con gli apostoli e in cui si tramanda la lavanda dei piedi in segno di umiltà e di servizio.
Alcuni anziani raccontano che anticamente in questo giorno, appunto il Giovedì, si commemorava la morte di Gesù, infatti dalle ore 10,00 di questo giorno non si suonavano più le campane e i ragazzi giravano con "su scoccia rà(na)".
Le statue della Chiesa venivano coperte tutte con un telo e l'altare restava disadorno in segno di lutto.
Al termine del rito della lavanda dei piedi del giovedì sera si portava il Santissimo nell'apposita cappella del Riposorio. La gente andava a visitare le due Chiese di fronte alla parrocchia. Era una processione continua per vedere Gesù in croce!
Il Venerdì Santo, alle 7,00 del mattino iniziava la Via Crucis, nella quale una lunga croce veniva portata in spalla da un uomo vestito con un saio nero e il volto coperto "su momoti" in segno di penitenza o di promessa: il parroco della chiesa di S. Barbara andava al sepolcro (rappresentato dalla chiesa di Nostra Signora delle anime,) scalzo e strisciando per la strada. Nella Chiesa di Nostra Signora veniva sistemata la Madonna Addolorata vestita di nero. ul petto conserva tuttora un pugnale che simbolicamente le trafisse il cuore, secondo la profezia di Simeone e sul polso una cavalletta d'argento "su pibirizzibi" in ricordo di un antico miracolo fatto da questa Madonna.
Nella Chiesa delle anime invece veniva collocata la statua di Gesù flagellato alla colonna. Queste due statue venivano e vengono portate ancora nella Via Crucis. La sera del Venerdì si faceva la cerimonia "de su scravamentu" durante la quale Gesù veniva tolto dalla croce e riposto in un letto che ricordava il Santo Sepolcro.
Il digiuno della settimana iniziava il giovedì e finiva il sabato mattina. Come ci racconta la signora Rosa, nelle campagne (medausu) si usava legare i cani perché non andassero a cercare cibo, in quanto anch'essi dovevano digiunare
Il Sabato Santo, alle 10,00 del mattino si benedivano l'acqua e il fuoco e le campane suonavano a gloria. La sera il sacerdote usciva a benedire le case.
A San Gavino c'era la tradizione che la Madonna uscisse il sabato sera per tutte le strade e chiese del paese a cercare Gesù risorto che avrebbe poi incontrato la domenica mattina.
I contadini offrivano i loro i prodotti dei loro campi, soprattutto frutta, mentre i pastori portavano al medico del paese l'agnello dentro la corbula con un fiocco al collo. Per la prima Pasqua della vita, il figlioccio usava regalare l'agnello al proprio padrino come segno di carità.
Le massaie pulivano a fondo la casa; imbiancavano la cucina, lucidavano gli utensili di rame e addobbavano i lampadari e i camini con rami d'alloro, menta peperita e carta colorata variamente ritagliata.
Ecco "Sa die de sa Pasqua Manna!"
Al mattino la gente si recava a "S'Incontru", cioè l'incontro delle due processioni recanti rispettivamente la statua della Madonna e quella di Gesù risorto; dopo in un'unica processione i fedeli numerosissimi si recano alla Messa solenne. Le statue restavano esposte per una settimana e con "su inserru", venivano riposte nel loro sito fino all'anno successivo.
Nelle case dei pastori si mangiava in modo frugale: la minestra in brodo con il formaggio fresco, un po' di salsiccia arrosto con il formaggio cotto perché c'era molta povertà.
Molti anni fa le usanze erano molto più semplici di quelle attuali, la maggior parte della gente stava in casa per la Pasquetta (il lunedì).
C'era però anche chi andava in campagna tutto il giorno per divertirsi e mangiare le uova sode e le salsicce arrosto; alcuni trascorrevano la giornata in pineta o alla Spendula.
Chi stava in paese di pomeriggio si recava a "sa cruxi de Seddanus" dove c'erano musiche e balli per tutti al suono della fisarmonica.
I bambini portavano ciascuno il proprio "cocoieddu" di pasta dura con l'uovo cotto insieme preparato dalle loro nonne.
Nelle famiglie dove c'era un ammalato si lasciava sul tavolo un bicchiere d'acqua pronto per il sacerdote che portava la Comunione.

LE FESTE - TUTTI I SANTI

La festività di Tutti i Santi (il 1° novembre di ogni anno) ha sicuramente radici molte antiche. Le notizie che abbiamo potuto raccogliere attraverso l'intervista a persone anziane sono poche.
Per Tutti i Santi, come avviene oggi, si andava anche molto tempo fa ad ascoltare la Messa.
La vigilia c'era l'usanza di mangiare sette cose, tra cui frutta secca, melagrana, castagne, minestrone,
… Ma era esclusa la carne. Il giorno di festa si mangiavano gli spaghetti, il pollo ripieno e "is pabassinas" e il primo vinello. Il giorno di tutti i Santi e dei morti si lasciava la tavola apparecchiata per offrire da mangiare eventualmente al poverello che avrebbe bussato alla porta.

TUTTI I MORTI

Per la commemorazione dei defunti il giorno prima si andava in chiesa a far la veglia. La gente non andava a pulire le tombe perché i morti si seppellivano per terra, il cimitero veniva aperto solo in questo giorno dell'anno, si portavano ai defunti solo i fiori più comuni cioè i crisantemi e le margherite, gli unici coltivati, perché non esistevano ancora le rivendite. A casa invece si accendevano i lumini (is lantias) per ricordare i propri cari.
I lumini erano costruiti in casa:
si accendeva un filo di cotone o di lino infilato nel foro di un pezzetto di canna che veniva adagiato sull'olio contenuto in una piccola scodella; il filo bruciava fino a consumarsi. I bambini si riunivano a gruppi e andavano di casa in casa a suonare i campanelli per dire:
" Morti, morti" e le persone davano loro dolcetti, noci, frutta secca e qualche volta monete.
Dalla sera di tutti i Santi alla mattina della commemorazione le campane suonavano a morto, giorno e notte; a chi suonava le campane si portava per pranzo un bel piatto di pastasciutta con la carne di maiale o di gallina o le castagne arrosto.
Veniva celebrata una messa nell'ossario. I sacerdoti celebravano ciascuno tre messe.
Di pomeriggio partendo ciascuno dalla propria parrocchia si faceva la processione e si concludeva all'interno del cimitero tra le tombe.
Per questi giorni si preparavano dei dolci speciali come i "cruxionis de sangueddu", fatto con il sangue del maiale che in quel periodo veniva macellato, misto a uvetta sultanina, pinoli, sale, zucchero, cannella ed altri aromi.
Si facevano anche altri dolci come "is pabassinas" con l'uvetta e le noci; "su pani de saba" molto sostanzioso; la "saba" si faceva lasciando bollire il mosto di vino per molte ore con mele, finocchietto selvatico ed altri aromi.
Il risultato era un caramello molto scuro che serviva da base per questo dolce. Molto buono era anche "su gattò" fatto con mandorle tostate e zucchero caramellato.
In questi giorni gli uomini travasavano e "stappavano" il vino buono e i bambini tutti intorno osservavano l'evento .

LE FESTE - S. BARBARA- 4 dicembre

Santa Barbara - La vita

Santa Barbara nata a Nicomedia si festeggia il 4 dicembre, ed è la festa più importante di Villacidro.
Santa Barbara era una donna che voleva essere cristiana ma suo padre Dioscuro voleva che si sposasse con un nobile, ella disse che era sposata con Gesù; il padre sentendo queste parole la rinchiuse in una torre per farla riflettere e partì per un lungo viaggio.
Nella torre c'erano due finestre e ne fece aprire dai servi una terza in memoria della Santissima Trinità. Il padre tornato dal lungo viaggio scoprì che la figlia era diventata cristiana, preso dall' ira la condusse a camminare nuda per la strade del suo paese, ma il buon Dio le mandò dal cielo un bellissimo vestito.
Così visto che non ottenne nulla , decise di portare sua figli dall' Imperatore Romano che la condannò a morte; lo stesso padre dannato prese la parte del boia e con una spada le tagliò la testa.
Fatto questo scese dal cielo un fulmine che bruciò il padre.
Santa Barbara è la protettrice dei vigili del fuoco, dei minatori, degli artiglieri e dei marinai.

I festeggiamenti

Per il giorno della festa di Santa Barbara si allestivano i "stabeddusu" cioè i tendoni dove si vendevano i dolci; di notte venivano i cantori che cantavano canzoni sarde come le "batorinas".
Durante la festa che durava un paio di giorni in piazza di chiesa si esponeva lo stendardo con l'immagine della santa e iniziavano i fuochi d 'artificio "is arrodasa".
Al sacerdote si portavano vini nuovi, maiali, dolci, agnelli e altri doni .
Per la festa venivano anche i sacerdoti di altri paesi e per loro si preparava un' accoglienza speciale. Si faceva anche il gioco dell'albero della cuccagna, questo gioco veniva fatto in piazza attorno a tutta la gente.
Veniva issato un palo nella cui cima si mettevano salsicce, prosciutti, dolci, un po' di tutto. Ma non era facile arrampicarsi in esso per arrivare ai doni in quanto il palo era stato unto con strutto od olio. Tantissima gente provava ad arrivare in cima, ma non riusciva nessuno tranne uno, Chicchino Orrù, che vinceva sempre.
Per la festa di santa Barbara generalmente si ammazzava il maiale nelle famiglie in cui veniva allevato per la provvista invernale delle carni.

I festeggiamenti religiosi

I festeggiamenti religiosi consistevano ad una processione che coinvolgeva tutto il paese; durante la processione i gruppi sfilavano in preghiera e la statua veniva portata in spalla dai "cunfradasa" come tutt'ora e durante la messa si recitavano "is goggius" de Santa Barbara che erano delle lodi in onore della santa martire patrona di Villacidro.
G. Dessì nel suo libro più famoso "Paese d'ombre" racconta che durante questa festa si facevano i fuochi d'artificio e le corse dei cavalli lungo lo stradone principale in terra battuta ora chiamato Via Roma.
Le pariglie vedevano la competizione dei cavallerizzi di Norbio e di Ghilarza paese famoso per bravi cavalieri e bei cavalli. L'allegria si vedeva nella faccia della gente, le donne, vecchi e bambini che con l'abito della festa stavano addossati ai lati della via a guardare verso Funtanedda, la parte bassa del paese, da dove i cavalli arrivavano.
Non era una gara di velocità ma di bravura, vera e propria acrobazia, c'era gente anche alle finestre, ai balconi e persino sui tetti.
In Piazza Frontiera vi erano le bancarelle dei venditori di torroni di Tonara e Arizzo, i venditori di biscotti e di ciambelle nelle canestre rotonde adagiate per terra, i venditori di coltelli di Patata che mettevano per terra sopra i mantelli neri di orbace.

LE FESTE - IL NATALE

Il Natale è sempre stato la festa più bella dell'anno, anche se anticamente non c'erano sorprese e non si scrivevano lettere a Gesù Bambino, ma una lettera di auguri ai genitori, che si poneva sotto il piatto del babbo durante il pranzo del giorno di Natale.
Quando erano piccoli i nostri genitori andavano tutti i giorni alla novena e nelle famiglie si incominciava a decidere tempo primo sugli acquisti da fare per la cena della vigilia e per il pranzo del giorno.
Solitamente si invitavano i nonni, gli zii e gli amici più cari.
A seconda delle possibilità economiche si mangiavano agnello oppure coniglio, gallina, piccioni, naturalmente tutti allevati in casa o comprati da allevatori del paese.
I proprietari di qualche frutteto per la festività regalavano le arance o i mandarini a parenti e amici.
Si faceva in casa anche la pasta, ravioli con ricotta e tagliatelle, si tostavano le mandorle, le noci e le noccioline di Desulo e di Aritzo, da mangiare vicino al caminetto.
I ragazzi in tutte le case preparavano il presepe, con le fronde di alberi, con muschi e sughero che portavano dalla pineta e con tre pezzi di sughero con i quali costruivano la capanna.
Tutto era affidato ai bimbi e alla loro fantasia nel creare personaggi: pastori, case, ponti su laghetti, animali e angeli.
La notte della vigilia nel caminetto, sotto le brace, si cucinavano le patate e le castagne che si gustavano con il vino nuovo, si mangiava la coratella arrosto "sa tottobia" con un contorno di verdure crude o cotte, un "sangueddu" cotto nella griglia; veniva cucinata arrosto anche la testa dell'agnello con un po' di rosmarino.
Allo scoccare della mezzanotte si metteva il Bambin Gesù nella mangiatoia e per rispetto si smetteva di mangiare.
Il giorno di Natale, chi non aveva assistito a quella di mezzanotte, andava al mattino presto e quando si rientrava si preparava il pranzo.
Tutti gli invitati portavano qualcosa, un pezzo d'agnello, qualche pesce, vino, frutta, dolci fatti in casa.
Si imbandiva la tavola vicino al camino con un bel fuoco scoppiettante.
Si stava a tavola tutti assieme, mangiando e bevendo, fino a tardi. Si trascorreva il pomeriggio giocando a carte, a tombola, raccontando barzellette e storie "contus" perché il Natale era la festa della famiglia riunita, si giocava a "cavalieri in porta" cioè si mettevano le mandorle nella mano e si doveva indovinare quante erano; oppure al gioco "conta de susu", cioè tenendo una mandorla nascosta nel palmo della mano si doveva indovinare in quale mano essa si trovasse.
In passato a Natale non si ricevevano regali come oggi, piuttosto era la Befana che portava qualche modesto dono.

Il Capodanno oggi

Per Capodanno ci si riunisce con gli amici per il cenone, di solito è tradizione mangiare il pesce.
Dopo la mezzanotte la tradizione vuole che si mangino le lenticchie con lo zampone. Si dice che sia di buon augurio, che porti fortuna.
La notte di capodanno, dopo il cenone, si va tutti a ballare, c'è anche un'altra tradizione, quella di buttar via un'oggetto vecchio dalla finestra, pare che facendo ciò, il nuovo anno inizi bene.

Il Capodanno ieri

Ai tempi di mia nonna c'era la tradizione "de su Trigu Cottu" che veniva preparato in tutte le case, la sera si preparava il pentolone con il grano, e si faceva cuocere lentamente per diverse ore.
Dopo di che il pentolone veniva messo al caldo sotto un cumulo di paglia.
Al mattino quando si rientrava dalla prima messa, il pentolone con il grano veniva tolto dalla paglia e al grano veniva aggiunta "sa saba", si mescolava bene ed era pronta da far assaggiare ai bambini che durante tutto il giorno bussavano nelle case a chiedere "s trigu cottu".
Ancor oggi nel nostro paese è viva questa tradizione, infatti da alcuni anni, nella piazza principale del paese, si forma una catasta di legna da ardere, dove si prepara "Su trigu cottu", che viene distribuito sia la mattina che la sera, alle persone che incuriosite, vogliono assaggiare questa specialità e che costituisce anche una attrattiva turistica per Villacidro.
Raramente, in qualche casa, si prepara ancora.

L'Epifania


Poi arrivava la festa dell'Epifania che veniva aspettata con gioia da tutti i bambini.
La sera precedente i genitori facevano andare presto a letto i bambini lasciando una calza vicino al camino per far credere loro che la Befana scendesse dal comignolo.
Nella calza si metteva tutto ciò che si aveva in cassa: caramelle fatte in casa, qualche pasta di latte, noci, carbone per i bambini cattivi, qualche spicciolo, attrezzatura scolastica, qualche capo d'abbigliamento, mandarini e raramente giocattoli.
La mattina, quando i bambini trovavano la calza, esplodevano di gioia, anche se allora i doni non erano così importanti e costosi come quelli di oggi.
Tutti i bambini credevano che la Befano fosse una donnina, brutta e vecchia, che volava su una scopa con un sacco di doni sulle spalle e che si introducesse nelle case attraverso il fumaiolo o le serrature delle porte.